De Gregori: l’Italia ha un problema, con i fascisti non c’è stata riconciliazione

Non si possono incollare etichette sugli essere umani. Lo ricorda Mirella Serri, recensendo su La Stampa il libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori) e citando una frase dell’autore a proposito del padre Vittorio, fascista non pentito, e poi stimato dirigente missino e soprattutto avvocato di successo innamorato del diritto, eppure marchiato a fuoco con l’etichetta del vinto, dell’esule in patria. Una figura di fascista di cui si è discusso al Maxxi a Roma, alla presentazione del libro, con interventi, oltre che dell’autore, di Giovanna Melandri, Margaret Mazzantini e Francesco De Gregori. La mancanza di una testimonianza di un intellettuale/giornalista della parte scelta da Vittorio Battista ha dirottato gli interventi sull’aspetto privato-psicologico di quello che è stato definito un “romanzo familiare” e non un libro politico. Ma l’argomento fascismo non poteva essere eluso anche se nel romanzo autobiografico di Battista si parla più che di fascismo dei fascisti, di persone con le loro sofferenze, le loro solitudini, le loro speranze. Ed è stato Francesco De Gregori, l’autore della canzone Il cuoco di Salò (2001) a porre l’accento nel suo intervento proprio su questo aspetto.  “Il padre di Pierluigi – ha detto – nasce quando c’è la marcia su Roma, aveva tre anni quando il fascismo fa il Concordato, nove anni quando c’è la guerra d’Etiopia, diciotto quando l’Italia entra in guerra, ventuno quando deve scegliere da che parte stare”. E sceglie – ha aggiunto – com’è naturale che scelgano quelli come lui allevati nel clima del fascismo, respirandone attese, speranze e ambizioni. Un destino che fu di tantissimi giovani “perché tutti, ricordiamocelo, erano fascisti”. “E ringrazio Battista – ha continuato – per questo titolo così esplicito, con la parola fascista dentro, che vivaddio si ha finalmente il coraggio di pronunciare”.  “Scelse la parte sbagliata per un impennamento dell’animo come è scritto nel libro? Forse c’era qualcosa di più, una convinzione profonda. E scelse la parte sbagliata? Vedete, quando ho scritto Il cuoco di Salò, io non volevo fare revisionismo, volevo solo ribadire l’appartenenza alla storia di quei ragazzi che andarono a Salò, misi il verso “dalla parte sbagliata si muore” senza esserne convinto ma per compiacere quel politicamente corretto che ancora oggi ci domina, eppure fui criticato lo stesso, e con asprezza”. E ancora un verso del Cuoco di Salò lo ha citato Pierluigi Battista: “Quindicenni sbranati dalla primavera”, un verso che dà l’idea di una tragedia, di una lacerazione che il padre Vittorio Battista portava con sé potendo condividerli solo con la comunità dei camerati missini. Margaret Mazzantini – il suo è stato l’intervento più distante dallo spirito del libro – ha rievocato la figura di suo padre Carlo, per concludere che i padri “vanno seppelliti”, meritano pietas dunque ma dimenticando il loro essere stati fascisti per ereditare solo il loro essere stati padri. Ma resta, solido e ingombrante, il problema di quelle memorie: rimuoverle o farci pace? “Questo paese – ha infine detto De Gregori – ha un grosso problema a parlare del fascismo, da noi la riconciliazione non c’è ancora stata, persino a una riunione di condominio, se a uno gli gira, può dare a un altro del fascista usando quel termine come un insulto. In Francia non credo che sia così, in Spagna non credo che sia così”. E chissà che anche il libro di Pierluigi Battista, con quel titolo così vero, con quel desiderio di riconciliazione che lo percorre dalla prima all’ultima pagina, non aiuti la buona causa del “fare pace” con la nostra memoria storica.