Carceri: pochi agenti, allarmi rotti, zero controlli. Così si evade in Italia

Rebibbia? Un colabrodo. Gli agenti penitenziari? Sotto organico. I controlli sui detenuti? Ridotti ai minimi termini. I sistemi di sicurezza? Vecchi e malfunzionanti. Per i sindacati degli agenti di custodia la situazione nelle carceri italiane, sotto accusa spesso per sovraffollamento, è al limite del collasso. E non c’è assolutamente da stupirsi, sostengono, dell’ultima doppia evasione con la fuga dei due romeni Florin Mihai Diaconescu, 28 anni, e Catalin Ciobanu, 36 anni dalla Casa circondariale di Roma est, un carcere relativamente moderno “violato” nella maniera più semplice ed eclatante: ai due detenuti in fuga è bastata, infatti, una lima e un lenzuolo per scomparire. E ora sono in molti a chiedersi non solo come sia stato possibile ma, soprattutto, se Rebibbia sia solamente un caso isolato o se, piuttosto, non rappresenti la punta dell’iceberg di un mondo sommerso completamente fuori controllo. Anche perché al grido d’allarme degli agenti penitenziari fanno da contraltare le dichiarazioni soffici e al limite della diplomazia tanto del capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Santi Consolo – che parla di un eccesso di allarme per l’evasione dei due detenuti rumeni – quanto quelle di chi i carceri li studia, come Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri. E che nega recisamente e con forza un problema di organico fra la polizia penitenziaria.
Come stanno, allora, le cose? Alcuni mesi fa lo stesso Dap, uno dei quattro Dipartimenti del ministero della Giustizia che gestisce le carceri italiane e dal quale gerarchicamente dipende il corpo di polizia penitenziaria, diffuse i dati statistici ufficiali relativi al sistema carceri negli anni 2013-2014-2015. Una radiografia completa della situazione che prendeva in esame i carceri sotto tutti i loro aspetti. Vediamo cosa diceva il rapporto del Dap.
Nel 2015 – si legge nelle tabelle ufficiali ministeriali – i reati commessi dai detenuti sono raddoppiati rispetto al 2013, passando da 983 casi a 1.812, con un balzo anche rispetto al 2014, quando gli eventi registrati furono 1002.
Devastazioni e atti vandalici sono passati da 663 nel 2013 a 955 l’anno successivo a 1.379 l’anno scorso con un incremento esponenziale che la dice lunga. In forte aumento anche i casi di aggressione ai danni degli agenti da parte dei detenuti passati da 344 nel 2013, a 394 nel 2014 a 422 nel 2015. Più che raddoppiate le sanzioni disciplinari comminate ai detenuti: erano 207 nel 2013, sono state 238 l’anno dopo e 537 l’anno scorso. Un’ulteriore spia della situazione nelle carceri la dà la cifra relativa alle risse dietro le sbarre: dalle 38 rilevate nel 2013, sono salite a 44 nel 2014 e a 53 nel 2015. Sul fronte dei suicidi, tra i detenuti ci sono stati 42 casi nel 2013, 43 nel 2014 e 39 nel 2015. A questi dati vanno però aggiunti quelli relativi ai tentati suicidi, che sono stati 6.854 nel 2013, 6.889 l’anno dopo e 6.987 lo scorso anno. Poi ci sono i dati sugli atti di autolesionismo, con circa 6.800 episodi ogni anno. Il numero dei suicidi mantiene quindi una sostanziale stabilità, restando molto elevato. Quanto agli agenti, sette si sono tolti la vita nel 2013, saliti a 11 nel 2014 e scesi a due nel 2015.
Questo è lo scenario complessivo prospettato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, quindi dal soggetto istituzionale che meglio di chiunque altro conosce numeri e dati aggiornati del mondo carcerario.
Su una popolazione di 52.475 detenuti – il “fermo immagine” si riferisce al 31 gennaio scorso – gli italiani sono 34.949, mentre gli stranieri 17.526 di 138 nazionalità diverse: i più numerosi sono i marocchini con 2.912 detenuti, quindi i rumeni (2.785) e, infine, gli albanesi (2.448). Come se non bastasse c’è, poi, il problema di una convivenza difficile anche dal punto di vista religioso: i detenuti radicalizzati sono 19 e sono ristretti in appositi sezioni di alta sicurezza, mentre circa 200 sarebbero i detenuti “attenzionati” proprio per via del loro credo ideologico-religioso. Di qui la richiesta da parte dell’Associazione Antigone, fondata da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà e Rossana Rossanda, di consentire perfino l’apertura di moschee in carcere e la distribuzione di cibo particolare a quegli islamici che seguono una dieta religiosa posto il fatto che già in 132 istituti ci sono stanze utilizzate come luogo di culto, e che 9 sono gli Imam “certificati”.
In ogni istituto c’è una cappella con un cappellano cattolico – lamentano da Antigone rivendicando una sorta di diritto di parità – mentre in particolare gli Imam stanno riscontrando «difficoltà di accesso giustificate con presunti motivi di sicurezza» per poter parlare con i detenuti che pregano Allah: «la presenza di detenuti di fede islamica è numericamente significativa, e giustifica l’indicazione di dar vita a luoghi di culto nei singoli istituti, oltre che prestare un’attenzione non formale alle regole di alimentazione».
Un’idea che trova d’accordo lo stesso capo del Dap, Santi Consolo: «in base ad un protocollo con l’Ucoii, firmato prima dei fatti di Parigi, in 8 istituti, dove maggiore è la presenza degli islamici, la preghiera viene assicurata in locali destinati. Dobbiamo creare le condizioni strutturali affinché i diritti vengano garantiti attraverso l’ingresso di ministri di culto e mediatori culturali».
Quanto alle evasioni, diciassette i casi tra il 2013 e il 2015, per un totale di 21 detenuti evasi. In particolare, nel 2013 gli episodi sono stati sette per 10 detenuti evasi, nel 2014 sono stati tre per quattro detenuti e nel 2015 sono stati sette casi per sette detenuti.
«Servono mezzi, uomini e donne, strumenti per efficientare un sistema che presenta tante, troppe crepe – elenca il segretario generale della Uilpa Penitenziaria, Angelo Urso – se due detenuti riescono a segare indisturbati le sbarre di un locale detentivo e arrampicarsi sul muro di cinta del carcere, scavalcandolo, senza che un sistema di videosorveglianza o di controllo umano riesca ad impedirlo, anche al di là di eventuali responsabilità da accertare, un problema evidentemente c’è».
A Rebibbia «dei 992 poliziotti penitenziari necessari, ne risultano presenti 930 – gli fa eco Salvatore Chiaramonte, segretario nazionale della Fp Cgil svelando dati che descrivono un sottorganico di 240 agenti – Di questi 930 risultano essere distaccati 180 agenti, di cui gran parte negli uffici amministrativi, occupati in compiti che potrebbero essere assolti da altri lavoratori pubblici. Il tutto quindi per un totale a Rebibbia di soli 750 poliziotti penitenziari. Si determinano così situazioni dove, su 1.400 detenuti presenti, spesso un solo agente si trova a vigilare addirittura 170 persone, attraverso una modalità spacciata per “vigilanza dinamica“».
Se poi si scende nel dettaglio delle cifre stanziate la situazione diventa paradossale: «per la manutenzione degli istituti – continua implacabile Chiaramonte – viene stanziato ogni anno un decimo del necessario: soltanto 4 milioni dei 40 necessari. A Rebibbia vengono stanziati ogni anno 24 mila euro».
«A Rebibbia così come in molte altre carceri italiane – rivela Leo Beneduci, segretario generale di un altro sindacato, l’Osapp – si è deciso di non far più effettuare agli agenti neppure il quotidiano controllo delle inferriate delle celle, la cosiddetta “battitura” delle sbarre per controllare che siano integre» e «i detenuti sono lasciati circolare da soli negli ambienti detentivi per quasi l’intera giornata, fino a pomeriggio inoltrato, in applicazione della cosiddetta vigilanza dinamica» in base alle nuove regole imposte dalla Corte di Strasburgo. E così accade che, a poche ore dalla clamorosa evasione dei due rumeni, viene scoperto perfino un telefono cellulare in una cella di un detenuto accusato di associazione di stampo mafioso e ritenuto vicino al clan Fasciani nel reparto G12 ad alta sicurezza del carcere di Rebibbia. O che venga dato fuoco a due celle, com’è accaduto sabato, nel reparto G12 e nel reparto G9.
«Sono consapevole che c’è necessità di risorse e di personale e vanno potenziati i sistemi di allarme moderni per evitare le evasioni», ammette il capo del Dap Santi Consolo che parla, però, di «un eccesso di allarme. I nostri istituti sono sicuri».
Ma poi quando si cerca di capire come sia potuta accadere un’evasione così clamorosamente semplice come quella dei due rumeni la spiegazione è disarmante: i due detenuti romeni, rivelano con non poco imbarazzo dal Dap, hanno superato tre sbarramenti prima di darsi alla fuga. Innanzitutto, i due hanno segato le sbarre del magazzino situato nel reparto G11 di Rebibbia, un locale all’interno degli spazi detentivi usato come deposito e posto vicino alle docce. A quel punto si sono calati dal muro esterno, alto 7-8 metri, con delle lenzuola. Arrivati a terra, si sono spostati verso l’intercinta. Quindi avrebbero usato alcuni bastoni, realizzati unendo fra loro diversi manici di scopa, per issare e agganciare al muro di cinta, alto 5-6 metri, una sorta di “corda” di lenzuola annodate fra loro a cui erano fissati dei ganci di metallo rudimentali realizzati dagli stessi fuggitivi. Calatisi dal muro di cinta, i due si sono poi arrampicati sulla rete elettrosaldata, superando così l’ultimo sbarramento. Per segare le sbarre del magazzino gli evasi potrebbero aver usato un seghetto a ferro: uno dei due evasi, Florin Mihai Diaconescu, aveva a disposizioni arnesi di questo tipo perché era un lavorante: detenuto dal 2008, svolgeva come altri detenuti lavori di manutenzione all’interno del carcere. I due infine – ed è l’ultima clamorosa beffa – si sarebbero allontanati salendo semplicemente su un autobus e non ci sarebbe stata quindi un’auto ad attenderli.
Ammette il capo del Dap svelando le criticità del sistema d’allarme perimetrale: «stiamo verificando come mai non c’è stato l’allarme, se i sistemi sono stati collocati a regola d’arte e se la manutenzione era adeguata». Non solo: «le informazioni provvisorie dicono che nel padiglione G11, dove c’erano circa 300 detenuti, gli agenti erano nove, tre per piano. Dobbiamo verificare quale era l’ordine di servizio e il livello di sicurezza».
Nessuna emergenza negli organici della polizia penitenziaria, ribatte Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: «In Italia abbiamo un alto rapporto agenti/detenuti, 40mila contro 52mila. Al massimo il problema è di razionalizzazione nella distribuzione della polizia penitenziaria, che non si è determinata ora, ma negli anni. Chiediamoci come sono distribuiti gli agenti nelle carceri, quante persone lavorano al ministero e quanti negli istituti, e quanti ieri avevano presentato un certificato medico».