Arriva la multa per i grillini voltagabbana. Il Pd: è una dittatura

Siamo stufi dei voltagabbana che vanno con il Pd. Luigi Di Maio, in un’intervista al Corriere della Sera va giù pesante contro i potenziali traditori grillini e contro chi vìola il vincolo di mandato rovinando la reputazione del movimento. La soluzione? Una multa salata da 150mila euro (magari anche per fare cassa) come deterrente. È la proposta di Gianroberto Casaleggio da applicare almeno per gli amministratori comunali a Roma che dovessero fare le valigie durante il mandato. Lo stesso vale per i deputati che dovessero candidarsi nella Capitale, importante banco di prova del movimento per le ricadute nazionali, che oltre a dimettersi dalla carica di parlamentari sono sottoposti alla multa. La clausola, messa nero su bianco nel decalogo del perfetto grillino (il codice di comportamento) ha suscitato critiche, prese di distanza e un certo disorientamento  tra i militanti. La multa sarebbe circoscritta a Roma visto che Torino si è già sfilata. «Abbiamo già iniziato con le Europee. Per ora lo facciamo su Roma perché è un’area delicata e la linea è quella di responsabilizzare le persone che si candidano. Riteniamo che sia una garanzia per chi ci vota dato che il partito dei voltagabbana è sempre il più numeroso», spiega Carla Ruocco, del direttorio grillino.

Di Maio: se non pagano la multa vanno in tribunale

È semplice dice Di Maio, «se non pagano la sanzione li portiamo direttamente in tribunale». Dopo le espulsioni di Beppe Grillo per i dissidenti e gli oppositori interni al cesarismo del leader-comico arrivano le multe. Ce ne sarà bisogno? A Bruxelles non è servito, in Europa l’ordine regna sovrano. «I nostri deputati europei hanno firmato per 200mila e non è mai stata esercitata. Nel nostro regolamento interno già esiste», precisa il vicepresidente della Camera che aggiunge di non occuparsi delle candidature capitoline, per tenersi le mani libere in questa fase di incertezza del movimento, che non ha ancora trovato il cavallo su cui puntare. Quanto al candidato sindaco di Roma il Movimento sta «esaminando oltre duecento curriculum, entro una decina di giorni avremo il nome». Attinti dal popolo del web? O tra le giovani leve dell’amministrazione capitolina? Anche il candidato sindaco dovrà sottoscrivere l’impegno, altrimenti lo portiamo in tribunale, insiste Di Maio. Il concetto è chiaro chi cambia idea (cosa legittima) deve essere punito, anzi deve lasciare la carica, rimettersi in gioco e farsi rieleggere. Garantisce la qualità? «Nel caso dei Cinquestelle sì, nel caso del Pd no». Un’ossessione.

Il Pd: dal direttorio al dittatorio

«Di Maio continua a giustificare l’ingiustificabile. La solita farsa di chi usa le parole trasparenza e democrazia dimostrando che si tratta dell’esatto contrario. Una dittatura, altrove si direbbe», è la reazione del Pd affidata ad Alessia Rotta, responsabile Comunicazione, «forse i Cinquestelle e con questo trucchetto vogliono far pagare ai loro candidati, trasformati in sudditi, la multa per la mancata presentazione del bilancio, rendendo ancora più chiaro che l’apparenza è soppiantata dalla cieca obbedienza, che risponde al tribunale supremo dalla “santa inquisizione” della Casaleggio e associati».