Apple protegge la privacy. Anche del killer della strage di San Bernardino…

È già piombato sulla campagna presidenziale e potrebbe approdare alla Corte suprema Usa lo scontro sulla privacy tra la magistratura americana e la Apple, dopo che l’azienda di Cupertino ha respinto la richiesta di una corte federale di aiutare l’Fbi creando un software speciale per sbloccare l’iPhone5 usato da uno dei killer della strage di San Bernardino lo scorso dicembre (14 morti, 23 feriti). Una battaglia politico-tecnologica senza precedenti per la sua portata e per i suoi possibili effetti sulla privacy a livello mondiale, con la Cina già alla finestra per vedere come finirà la disputa. E, nella campagna per la Casa Bianca, l’outsider repubblicano Donald Trump è stato il primo a reagire, schierandosi con i giudici e attaccando la Apple: «Chi credono di essere, devono aprire” l’iPhone, ha ammonito. Il braccio di ferro cade nel bel mezzo di un dibattito già molto acceso tra la Casa Bianca e i giganti di Internet dopo le rivelazioni di Edward Snowden, la talpa del Datagate. Da un lato il governo, che vorrebbe libero accesso ai dati contenuti in telefoni, computer e tablet in caso di violazioni della legge, tali o presunte. Dall’altro Google, Apple, Facebook e tutti i guru della Silicon Valley che sono nettamente contrari, anche se di recente c’è stato un incontro per trovare un terreno comune che possa permettere agli investigatori di ottenere informazioni cruciali su possibili attacchi terroristici, senza però compromettere la riservatezza dei clienti delle compagnie informatiche.

Multinazionali dei social arroccate a difesa della privacy

Ma la strada che divide la privacy tecnologica degli utenti e gli interessi dei governi è ancora molto lunga e tortuosa: il caso Apple-San Bernardino potrà fare scuola, indicando una direzione. L’Fbi è convinta che i dati contenuti nell’iPhone di Syed Rizwan Farook, il simpatizzante jihadista autore del massacro poi ucciso dalla polizia insieme alla moglie complice, possano fare finalmente chiarezza su alcuni aspetti della strage ancora molto misteriosi. Per questo il giudice federale Sheri Pym si è convinto ad emettere l’ordinanza nei confronti della Apple, che dal settembre 2014 ha installato sui propri apparecchi un sistema di sicurezza inviolabile, con la cancellazione dei dati dopo l’inserimento per dieci volte di codici di sblocco errati. In sostanza Apple dovrebbe creare una versione ad hoc di del sistema operativo iOS per sbloccare il telefonino, una sorta di chiave passepartout in grado di disattivare la funzione di protezione in modo da permettere agli investigatori di tentare l’accesso utilizzando infinite password (sino a 10 mila combinazioni) o provando a decriptare i contenuti: insomma, un “brute force” attack. Ma l’azienda di Cupertino, che vuole tutelare anche la sua reputazione in materia di criptaggio, si oppone, come ha annunciato sul proprio sito web con una dura nota firmata dall’amministratore delegato Tim Cook. «Non abbiamo simpatia per i terroristi, scrive Cook, stiamo sfidando la richiesta dell’Fbi con il più profondo rispetto per la democrazia americana e l’amore per il nostro Paese».