Aggressioni fasciste all’università? Ormai non se la beve più nessuno

Per anni ha funzionato: i collettivi universitari provocavano, scatenavano lo scontro e poi correvano a denunciare di essere stati vittime di «aggressioni fasciste». La pratica è ancora molto in voga, ma qualcosa non funziona più bene come prima: ormai sono davvero pochi quelli che se la bevono senza se e senza ma. E a dimostrarlo c’è quello che è successo in queste ore all’università Statale di Milano.

La denuncia del collettivo e la rettifica di Lealtà e Azione

Il collettivo ha gridato all’aggressione di un proprio militante da parte di un ragazzo del Gruppo Alpha, realtà studentesca dell’associazione Lealtà e Azione. Dopo l’episodio vi sarebbe stato anche – è la versione offerta dai compagni – una specie di blitz punitivo in biblioteca. «I fascisti ci hanno aggredito», è stato il tam tam affidato ai social, che Lealtà e Azione si è vista costretta a rettificare, chiarendo che quello che era stato aggredito era il proprio militante, preso tra l’altro da venti contro uno.

I compagni gridano al pericolo «neonazista»

«Diciamo basta alle menzogne di gente che predica contro la violenza, inneggiando alla libertà, ed è poi la prima a negare nei fatti ciò per cui dice di battersi», si legge nel post di Lealtà e Azione, che in questo passaggi centra il vero nodo della vicenda. Il collettivo, infatti, denunciando la presunta aggressione fascista, si era immediatamente premurato di chiedere la messa al bando dell’associazione. Lealtà e Azione è «un gruppo neonazista a cui più volte, nonostante la loro pericolosità, sono stati concessi spazi in università», hanno scritto sui social i collettivi, che poi hanno anche inscenato un corteo da piazza Duomo con lo striscione «Fuori i fascisti picchiatori dalle università».

La presa di posizione delle istituzioni universitarie

Tanto la loro ricostruzione dei fatti, quanto la richiesta di “espulsione” di Lealtà e Azione e del suo Gruppo Alpha però non hanno avuto presa sull’ateneo. In un comunicato, anzi, le istituzioni universitarie si sono guardate bene dall’attribuire responsabilità, rimandando piuttosto «a un’istruttoria interna finalizzata alla corretta ricostruzione dei fatti e alla individuazione delle singole responsabilità anche per le successive comunicazioni all’autorità giudiziaria». E, soprattutto, condannando la violenza, i vertici della Statale hanno ribadito «con altrettanta decisione l’intenzione di restare un luogo libero, aperto, di confronto costruttivo, estraneo a ogni logica di sterile e pretestuosa contrapposizione in nome di qualsivoglia ideologia».

La storiella delle «aggressioni fasciste» non regge più

L’ateneo milanese, di fatto, ha chiarito due questioni: non basta gridare all’aggressione fascista, perché automaticamente tutti debbano credere all’aggressione fascista; i collettivi non decidono chi può avere agibilità all’università. Da parte delle istituzioni universitarie si tratta di una risposta tutt’altro che scontata, che anzi qualche tempo fa sarebbe stata perfino sorprendente. Ma si vede che, agli occhi di chi non sia accecato dall’ideologia, ormai i collettivi hanno davvero perso ogni credibilità: d’altra parte, basta aver seguito un po’ le cronache di queste vicende per sapere quante presunte aggressioni fasciste si siano rivelate, in realtà, aggressioni ai “fascisti”. Magari, questo sì, finite dovendo ripiegare con la coda tra le gambe.