Slovenia-Croazia, un altro filo spinato che separa gli italiani dagli italiani

“Ce l’hanno sbattuto sul muso» il filo spinato, sbotta Mario. Era andato a caccia, quel giorno: «Mi telefona l’Emilia: “Papa, toma a casa di corsa!” Torno e trovo sui miei campi duecento operai, poliziotti, ruspe, caterpillar… Chiedo: “Ma come, a casa mia?!” Niente da fare. Neanche scusa, mi hanno chiesto. E adesso siamo qui, prigionieri». Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani ne sotto gli Ostrogoti ne sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’Adriatische Küstenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito.

Per millenni gli istriani avevano vissuto la loro terra come uno spazio unico, aperto, indiviso.

E avevano amato l’Istria, fino all’impazzimento e all’odio fratricida e alle foibe e alle pulizie etniche degli anni Quaranta, proprio per questo suo essere terra plurale. Capace di donare alla cultura veneziana e italiana musicisti come il violinista Giuseppe Tartini, medici come l’inventore del termometro Santorio Santorio, intellettuali all’epoca celeberrimi come l’illuminista Gian Rinaldo Carli. E qui vissero artisti come Vittore e Benedetto Carpaccio e altri ancora. Senza dimenticare, in tempi più vicini, scrittori quali Fulvio Tomizza, papa italiano e mamma slovena, che nel romanzo Materada (1960) raccontò lo sfacelo sanguinoso nel suo piccolo mondo antico. La contrada dov’era nato e dove da sempre i vicini di casa di lingua diversa si erano prestati lo stesso rastrello e si erano sposati nelle stesse chiese e avevano brindato agli stessi battesimi. O poeti della musica come Sergio Endrigo, autore di versi struggenti sulla sua Pola, abbandonata dopo la guerra per prendere la strada dell’esodo.

La pressione alle frontiere delle masse di profughi in fuga dal Medio Oriente ha fatto precipitare tutto.

E Lubiana, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, ha steso lungo il confine croato chilometri e chilometri di filo spinato. Uno shock. La nostra comunità – riporta “Il Corriere della Sera” – ha protestato. E mentre depositava fiori lungo quelle matasse di filo spinato, ha scritto al premier sloveno Miro Cerar una lettera accorata. Dove, «pur riconoscendo l’eccezionalità della situazione» bolla come inaccettabile, «dopo le drammatiche vicende del Ventesimo secolo», l’erezione di una nuova cortina di ferro.