“Quo vado?” è già record di incassi: così Zalone demolisce il renzismo (video)

“Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film” era il titolo del primo album di Luca Carboni. Oggi, si potrebbe inserire il nome di Checco Zalone al posto dell’attore americano senza essere blasfemi. “Quo vado?” nel primo giorno di uscita ha superato i 7 milioni di euro ed è destinato a battere i record dei film precedenti. Volete qualche esempio con i film d’autore nostrani? L’ultima pellic0la di Nanni Moretti, Mia madre, non ha raggiunto complessivamente i tre milioni di euro. Il film scelto per essere candidato (senza successo) all’Oscar, Non essere cattivo del compianto Claudio Caligari, non ha raggiunto i 300mila euro. Paragoni impietosi, è vero: c’è chi realizza “opere” e chi “prodotti cinematografici”. Luca Medici, in arte Checco Zalone, è un onesto artigiano della risata che ha la sola pretesa di regalare due ore di intrattenimento in cambio di poco meno di 10 euro. E ci riesce. Quel che riesce a fare, però, è anche fornire un ritratto impietoso di alcune generazioni di italiani e della nostra classe politica.

 Zalone “cita” Sordi e Villaggio

Ciò che nessuno può negare, neanche lo spettatore più snob, è che Zalone sa raccontare l’Italia di oggi meglio di qualsiasi rapporto Istat. “Quo vado?” fa il verso ai classici di Alberto Sordi (“Riusciranno i nostri eroi…” su tutti) e ai primi “Fantozzi” di Paolo Villaggio. E lo fa reggendo il paragone. Il bersaglio principale? Il renzismo, come in passato è stato il berlusconismo. Non è un caso che l’incidente scatenante del film sia la fantomatica “abolizione delle Province” (che costringerà alla “mobilità” il protagonista) realizzata da un decisionista ministro barbuto che assomiglia tanto a Graziano Delrio. Ma alla berlina vengono messi tutti i temi “trend” degli ultimi anni: ambientalismo, multiculturalismo, coppie di fatto, pari opportunità («Lei non fa la segretaria? E’ una dirigente? Come ci siamo ridotti»). Una satira politica feroce nella sua confezione bonaria: il senatore traffichino, interpretato magistralmente da Lino Banfi, è il mentore del protagonista. La strenua e pervicace conservazione del “posto fisso” («La chiameremo Ines! Come simbolo di purezza? No, come Istituto nazionale ente statale»)  è una presa in giro travolgente di un’Italia clientelare che ai tempi di Renzi è viva e vegeta. Perché, come recita la canzone del film, “La prima repubblica non si scorda mai”.

Ce lo meritiamo Checco Zalone?

Un film che vale un rapporto Istat ma che è anche l’almanacco di questo anno appena passato. Il protagonista si reca nella Val di Susa dei No-Tav e tra i migranti di Lampedusa («Non abbiamo bisogno di ingegneri ma di mediani dai piedi buoni», spiega ai profughi Checco). Ma l’ironia non risparmia in ordine sparso, il presidente Sergio Mattarella, la ‘ndrangheta, l’efficientismo dei burocrati o il Vaticano. Amara quanto veritiera, la scena del prete così simile al prete anti-camorra don Aniello Manganiello che in tv  sulla lotta alla ‘ndrangheta, dice che «è il momento di cambiare», e il giorno dopo viene cambiato lui dalla Curia e trasferito in altra sede. Ma è soprattutto la smania del “politically correct” l’argomento che scatena la fantasia di Zalone e del suo regista Gennaro Nunziante. Non a caso il protagonista va a fare danni tra i fiordi, in Norvegia, patria del politicamente corretto, con risultati esilaranti.  Non manca un solo tema della sinistra radical chic: dalle “nozze gay” alle famiglie “allargate”, dalle celebrazioni delle “giornate della memoria” all’ecologismo esasperato. E se, negli anni ’70 Nanni Moretti, sentenziava: “Ve lo meritate Alberto Sordi!”, ora tocca a Checco Zalone incarnare l’italiano da non imitare. Quell’italiano del quale ci vergogniamo, ma che in fondo assomiglia a ognuno di noi.