Poca lotta e molto governo: Angelino Alfano diserterà il family day

Chi glielo doveva dire, al povero Angelino Alfano, che dopo otto anni quasi ininterrotti al governo (Berlusconi, Letta e Renzi: ha saltato solo il turno di Monti) si sarebbe ritrovato a far parte proprio dell’unico esecutivo capace forse – di condurre in porto la prima legge sulle unioni gay. Un bei dilemma per il cattolico Alfano, che in questo frangente vorrebbe – ma non può – essere di lotta senza dover rinunciare ad essere, ancora e sempre, di governo.

Alfano rinuncia a presenziare al family day

Così il titolare del Viminale si trova a dover pattinare sul ghiaccio sottile, in vista dell’adunata cattolica del Family Day: «Ricoprendo l’incarico di ministro dell’Interno ho il compito di supervisionare che l’intera manifestazione si svolga in un clima sereno e ordinato. È l’unica cosa che mi impedisce di andare: sarò in piazza con la mente e con il cuore», spiegava ieri all’Huffington Post. Il cuore (e pure la mente, dice) al Circo Massimo con le associazioni della destra ecclesiale e quella parte di gerarchle che le sostengono, ma il resto del corpo resterà ben saldo sulla poltrona del Viminale, per vegliare sulla sicurezza dei manifestanti e di noi tutti. Una scissione sicuramente dolorosa, quella di Alfano, ma il dovere è dovere. Lui dice di sperare ancora che il Pd si penta del «grave errore di mettere insieme quelli che sono i diritti patrimoniali di due conviventi con il tema delle adozioni, perché così facendo si apre la porta ad un’equiparazione con il matrimonio». E avverte che, se alla fine la legge passasse così com’è e con una maggioranza diversa da quella che sostiene il governo «non sarebbe un bene per la coalizione».

La speranza di Renzi è di varare la legge in poche settimane

Non proprio una minaccia terrificante – scrive “il Giornale” – per Matteo Renzi, che punta con decisione a fare esattamente quel che il suo ministro paventa, con buona pace di Ncd. Il provvedimento arriva in aula giovedì prossimo, e il premier sta lavorando per blindarne il testo al Senato, con i voti di Cinque Stelle, Sei ed eventuali dissidenti del centrodestra, e poi farlo votare intatto dalla Camera, dove il Pd potrebbe essere autosufficiente, e gli altri voti rivelarsi aggiuntivi.