I renziani non mollano su adozioni gay e utero in affitto: guerra nel Pd

Preaffido di due anni prima dell’adozione e dichiarazione giurata di non aver fatto ricorso all’utero in affitto. I cattolici del Pd si aggrappano a una coppia di emendamenti per salvare l’unità del partito o sarebbe meglio dire, per non arrivare a uno scontro frontale. Sta crescendo la tensione nel gruppo dem. Il dialogante Alfredo Bazoli dice che la «mediazione» legata alle due proposte è «il minimo sindacale. Ora devono fare uno sforzo anche gli altri». Poi aggiunge: «Mi sembra folle consegnarsi ai 5stelle e sento nel mondo Pd un rigurgito di intolleranza verso noi cattolici. Ai limiti dell’idiosincrasia».

“Nel PD intolleranza verso i cattolici”, dice il Dem Bazoli

Quello di Bazoli è lo sfogo serale che giunge al termine di una giornata di incontri e di tentativi d’intesa andati a vuoto. Alla vigilia del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità (giovedì) e del Family day (sabato), le posizioni si sono irrigidite anziché ammorbidirsi. Stamattina l’assemblea dei senatori Pd potrebbe sancire la spaccatura, malgrado la garanzia della libertà di coscienza sui temi più spinosi a partire dalla stepchild adoption. C’è davvero il rischio di una radicalizzazione, dopo mesi di confronto invece molto civile, alla luce del sole, con l’accordo sulla necessità di riconoscere le coppie gay condiviso in maniera trasversale. Walter Verini, laico favorevole ai matrimoni omosessuali, aveva immaginato questo esito e anche lui invita a valutare con attenzione i due emendamenti di compromesso. Li hanno presentati uno il cattolico Pagliari e il renzianissimo Marcucci e l’altro l’ex Pci Chiti. Il primo autorizza l’adozione del figliastro solo «dopo una verifica del giudice all’esito del biennio di affidamento precedentemente disposto». Insomma, ci vuole il preaffido prima della stepchild. Il secondo prevede «un’apposita dichiarazione sostitutiva di atto notorio del genitore parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, che attesti che il figlio è nato senza il ricorso a tecniche riproduttive vietate dall’ordinamento giuridico italiano».

Boschi ha paura: “Forse non ci sono i voti in Aula” per il ddl Cirinnà

Per i “cattodem” sono gli strumenti per disinnescare la mina, non dipendere soltanto dai 5stelle e evitare lo scontro interno. Gli unici strumenti, cioè, per avere 30 voti sicuri sul provvedimento. Ma i sostenito ri del ddl Cirinnà non accettano il compromesso anche perché – scrive “la Repubblica” – il timore è lo stesso espresso qualche giorno fa dal ministro Maria Elena Boschi. «Certo, che sono preoccupata per i numeri – diceva la Boschi -. Se tiro la coperta da una parte posso perdere una serie di voti che non sono sicura di recuperare dall’altra». Tradotto: i voti grillini sono quelli persi e i voti centristi sono quelli non garantiti anche con la mediazione.