Quarto non fare il “duro e puro”: ecco perché Grillo ha paura di vincere

Diciamola tutta: la storiaccia di Quarto ci voleva. I grillini meritano questo ed altro, a perenne memento di chiunque pretenda di irrompere sulla scena politica ammantato di abbagliante “purezza” salvo poi rendersi conto che alla fine – come ammoniva Pietro Nenni – «lo trovi sempre uno più puro che ti epura».
Ciò premesso, non è certo il Pd che può salire in cattedra per ammannire insegnamenti su come combattere il malaffare o per dispensare patenti di legalità. Ironia della sorte, proprio nelle stesse ore in cui gli uomini di Renzi si lanciavano all’assalto dei Cinquestelle un loro compagno di partito, Daniele Ozzimo, già assessore alla Casa della giunta Marino, subiva una condanna a due anni e due mesi nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale. Ridicoli più che temerari. Ma utili, tuttavia, a confermarci una volta per tutte come l’impegno antimafia ormai sopravviva nei partiti solo come continuazione della lotta politica con altri mezzi e non già come un obiettivo prioritario da perseguire coralmente.
È una storia vecchia, ma almeno prima aveva un senso e soprattutto uno stile ben diverso. La stessa commissione parlamentare Antimafia, durante la Prima Repubblica, era istituzione ben diversa dall’arena vociante di oggi. Un paradosso se si pensa che lo schema politico vigente illo tempore ne avrebbe giustificato persino la trasformazione in una laica Inquisizione. La democrazia bloccata dal cosiddetto bipartitismo imperfetto, da un lato, infatti, “condannava” la Dc e i suoi alleati a governare e, dall’altro, destinava il Pci a sinistra e il Msi a destra all’opposizione perpetua. Una situazione ideale per impugnare il tema del contrasto alla mafia come una clava da battere sul capo delle forze di maggioranza. Come spesso è accaduto, sia chiaro, mai però sotto forma di lite tra comari, quasi sempre attraverso il supporto di analisi rigorose e documentate. La relazione di minoranza presentata a nome del Msi nella IX legislatura da Beppe Niccolai resta una pietra miliare nello studio dei rapporti tra potere politico e potere mafioso.
Così, quel che non avveniva ieri quando un senso politico ce l’aveva succede oggi quando quel senso non c’è l’ha più dal momento che tutti hanno governato, a Roma come in periferia. E davvero non si capisce a chi giovi esibirsi in risse da ballatoio rinfacciandosi reciprocamente di essere permeabili – chi più, chi meno – al condizionamento criminale quando ogni accusatore è potenzialmente esposto a doversi difendere dalle stesse accuse lanciate all’avversario il giorno prima.
La vicenda di Quarto è emblematica proprio per questo, perché toglie al M5S l’illusione dell’innocenza e soprattutto perché autorizza a coltivare il sospetto che l’ossessivo rispetto del loro non-statuto grazie al quale Grillo&Casaleggio impediscono ai vari Di Maio e Di Battista di candidarsi alla guida delle rispettive città, altro non sia che il comodo paravento dietro cui nascondere la paura di misurarsi con i problemi del governo. Ecco se c’è un modo serio e politicamente efficace per attaccare i Cinquestelle davanti ai loro elettori è questo. Il resto, cioè la lotta alle mafie, dovrebbe essere tema unificante e non divisivo. Anche perché ben s’attaglia in proposito la massima evangelica del «chi è senza peccato, scagli la prima pietra». E la storiaccia di Quarto è lì a dimostrarlo.