“Mio padre era fascista”. È già un caso il libro dedicato dal figlio a Vittorio Battista

Non esistono i padri “fascisti”, esistono i padri e basta. Lo ha scritto Giampiero Mughini a proposito del bellissimo libro di Pierluigi Battista, Mio padre era fascista (Mondadori, pp.161, euro 17,50) appena uscito e già così centrale nel dibattito sulle memorie, storiche e familiari. Ed è sicuramente vero, ciò che dice Mughini, ma è anche vero che certi padri meritano un ritratto – sia pur postumo – che ne riabiliti agli occhi degli italiani la generosità d’animo, l’onestà intellettuale e l’amore per il proprio Paese. Perché il padre di Battista era un “fascistone” e sui fascistoni i pregiudizi hanno pesato, e molto. E dunque lo sguardo dolente e affettuoso (e non privo di rimorso) di un figlio “traditore” (perché Pierluigi fu da adolescente un estremista di sinistra, salvo poi ravvedersi) riesce a svelare con profondità e delicatezza quelli che erano i tratti caratteristici di tanti padri “fascistoni”. Il ritratto è venuto così bene che questo libro può essere letto, come accadde per quello di Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, come un passaggio culturale necessario nella storia del costume: il libro di Pansa tolse per sempre l’aureola ai partigiani, questo rende giustizia a quelli che votavano Msi. Scorgiamo pagina dopo pagina il modo in cui questo padre fascista, Vittorio Battista, nato tre giorni prima della Marcia su Roma, reduce della Rsi, prigioniero nel campo di Coltano (lo stesso di Pound…), missino, abbonato al Secolo d’Italia fin dal primo numero, lettore del Tempo e del Borghese, avvocato di successo, amico di Almirante, sconfitto ma non vinto, esule in patria (espressione che Battista mutua dal libro di Marco Tarchi) interpreta il suo essere italiano con la sola coerenza possibile a chi è stato “proscritto”, marginalizzato, demonizzato (e dallo stesso figlio incompreso e messo sul banco degli imputati).

Vittorio Battista così simile a tanti altri padri fascisti

Ed è impossibile non provare un’enorme simpatia per un personaggio del genere, così irripetibile nel suo essere Vittorio Battista e così simile, nel linguaggio, nei pregiudizi, nei gusti e nei giudizi, agli altri missini che come lui testimoniavano un’idea a dispetto di tutto e tutti. Ed è impossibile anche non comprendere che quella simpatia, quella benevolenza, quello sguardo assolutorio del lettore è l’effetto ricercato dal figlio scrittore, dal figlio che cerca perdono, dal figlio che cerca l’introspezione espiatrice e la cerca dopo aver trovato il diario mai letto prima del padre ormai morto, il diario in cui Vittorio dà conto della lacerazione in lui prodotta dal vedere il fascismo finire in macerie, dal vedere donne e uomini avventarsi contro di lui, italiano appassionato e combattente leale, come se fosse un mostro sanguinario, “questa bastarda popolazione -scriveva Vittorio Battista – intenta a corteggiare gli stranieri che occupano il suolo della Patria…”. “Tutto si è rotto”, legge su quel diario il figlio Pierluigi, e comprende in quale “baratro è precipitato mio padre nei giorni fatali dell’aprile del ’45”. Questo è il passato che non passa, che il figlio viene a conoscere, a comprendere a fondo, quando è troppo tardi per fare domande e dare risposte. Poi c’è l’impegno della “trasmissione”, quello che i figli dei fascisti nel dopoguerra hanno conosciuto, hanno assorbito, diventando poi magari anche loro neo-fascisti, quasi a voler continuare la guerra che i padri avevano perduto. Questo non fu il destino di Pierluigi Battista, che scelse come lui stesso racconta un dannunziano “andare verso la vita” posizionandosi a sinistra per liberarsi dalle cupe e catacombali atmosfere che il padre gli faceva vivere, appunto, mettendo in essere l’impegno della “trasmissione”. Ed ecco allora l’autore bambino in visita a Littoria-Latina, eccolo in via dell’Impero-via dei Fori Imperiali, eccolo all’Eur e al Foro Mussolini-Foro Italico, a Cinecittà, a vedere con i suoi occhi curiosi la contraddizione tra “lo splendore del prima e lo squallore del dopo“. Ecco lo scrittore bambino imparare che c’erano personaggi famosi della Repubblica “nata dalla Resistenza” che come il padre erano stati nella Rsi, da Giorgio Albertazzi a Walter Chiari, e c’erano campioni che potevano essere chiamati “camerati” come Nino Benvenuti e Gabriella Dorio, e cantanti come la “camerata Gabriella Ferri“. Ed eccolo ancora apprendere i crimini dei partigiani, minuziosamente raccontati nei libri di Giorgio Pisanò, osservare il padre che non festeggiava il 25 aprile, nel ricordo doloroso della sorte della “buonanima” Benito Mussolini, dalle cui tasche rovesciate – era il mantra ascoltato da tanti, tantissimi altri ragazzini come lui, figli di sconfitti ma non vinti – “non era uscita nemmeno una lira”. Eccolo insomma, come tanti figli di missini, respirare in casa quell’aria “revisionista” che solo più tardi avrebbe tolto polvere al Ventennio, liberandolo da incrostazioni storiografiche di parte.

Il parricidio simbolico

E c’è, ancora, il parricidio “simbolico”, la scelta del campo opposto a quello paterno. Il rinfacciare al padre tutto, dai crimini dei nazisti alle torture della banda Koch, pur vedendo che il fascismo paterno era estraneo alle atmosfere nibelungiche del nazionalsocialismo. Ci sono gli scontri, aspri. C’è il rinnegare la dolcezza paterna quando Pierluigi, seduto per terra sui parquet dell’opulenta borghesia progressista, vagheggia un futuro di rivoluzione mentre le madri “di sinistra” portano tè e biscotti ai loro rampolli viziati, impuniti e ubriachi di ideologie malate. E non si limita a questo ma inventa falsi patimenti inflitti dal genitore mussoliniano. Fino al rogo dei fratelli Mattei, in cui brucia la credibilità dei “gruppettari” (i missini li chiamavano così) con i quali il figlio del fascista andava in corteo a gridare “Lollo libero!”. Sono, queste, tra le pagine più toccanti del libro. Pagine in cui non è più possibile barare con le etichette. Il fuoco dell’odio li bruciava i figli dei fascisti, non concedeva loro alcuna dignità, e fuori c’era, pronto, solerte, offensivo, un coro di ipocrisia a coprire quel crimine orrendo. “Sommacampagna, via Noto, Balduina/ fascisti attenti il fuoco si avvicina, si gridava. Sembrava la solita spacconata, era invece una triste profezia, perché il fuoco si avvicinò davvero, anzi divorò tutto”. Vittorio Battista, avvocato di Mario Mattei, mise allora il figlio con le spalle al muro facendogli leggere le carte dell’inchiesta. “Vediamo se capisci qualcosa o ti sei completamente bevuto il cervello, cretino che non sei altro…“. E infine c’è la malattia, lo spegnersi inesorabile di quel padre così speciale, intristito per non avere potuto trasferire ai figli quell’eredità così ingombrante, così pesante, custodita con tanta caparbia volontà. Un’eredità che toccherà al figlio, inviato della Stampa, vedere disperdersi, dissiparsi, trasformarsi, nei giorni cruciali del congresso di Fiuggi. Di nuovo, “tutto si è rotto”. E per Pierluigi Battista sarà come assistere, per la seconda volta, al funerale di papà Vittorio. Un padre finalmente restituito, con un libro sincero e sofferto, al pantheon degli italiani perbene. Fascisti, ma perbene. Fascisti, ma migliori di chi spargeva fuoco sotto le porte delle loro case.