La Cina non è pronta alla sfida della libera economia. È il motivo del crollo

I listini cinesi lo scorso lunedì 4 gennaio sono crollati in poche ore. Per frenare le perdite e riportare i listini in territorio positivo, il giorno successivo si stima che ci sono voluti oltre 20 miliardi di dollari, tutti  spesi dal governo di Pechino, che attraverso fondi controllati dallo Stato sembra aver comprato di tutto pur di vincere la sua battaglia contro il mercato.  A sentire gli analisti internazionali tre sarebbe le cause di fondo dell’improvviso crollo dei valori dei titoli e, due di queste sarebbero imputabili ad errori di regolamentazione compute dalle autorità di controllo del mercato.

L’analisi del crollo dei listini della Cina

Secondo tali analisti, la causa prima sarebbe da imputare al “circuit breaker” messo in piedi dalle autorità di controllo della Cina. Tale sistema prevede che quando le  perdite di un titolo  superino il 5%, si attui l’automatica sospensione delle vendite, inizialmente 15 minuti. Riammesso il titolo in negoziazione,  se ne attua l’automatica  chiusura delle contrattazioni per l’intera giornata, se il titolo registra ulteriori perdite che superino il 7%. Secondo tali commentatori, questo che avrebbe, amplificato le vendite, contribuendo ad alimentare il panico, piuttosto che, invece, costituire un elemento di ripensamento sulle posizioni assunte.

L’autorità di controllo della Cina

Certamente il meccanismo di sospensione e chiusura delle contrattazioni adottato dalle autorità di controllo della Cina sembra essere più duro di quello previsto nei mercati finanziari più evoluti, dove la sospensione scatta per livelli di perdite maggiori ed il lasso di tempo tra la prima sospensione e l’eventuale successiva appare troppo breve per permettere agli operatori di ponderare meglio i loro portafogli inducendoli, invece, all’isteria. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti.  Nel breve spazio di 15 minuti, si sono accavallati un’infinità di ordini di vendita che hanno immediatamente fatto scattare il secondo limite.

Anche lo scorso giovedì, 8 gennaio, le borse cinesi sono state vittima di un’ondata di vendite. In pochissimi minuti, qualcuno dice 29 minuti, altri calcolano 14 minuti di operatività effettiva, sono stati bruciati un’infinità di denaro. Anche qui, sembrano esserci responsabilità delle autorità finanziarie. La pioggia di vendite è stata alimentata, sembra, dalla prossima scadenza delle limitazioni poste alle vendite per i grandi azionisti. Tali limitazioni, imposte ai possessori di pacchetti azionari superiori al 5% del capitale erano state introdotte, per la durata di sei mesi a partire dal primo grande crollo del mercato dell’agosto 2015 e, sarebbero scadute nei primi giorni di gennaio.

La Cina non è ancora in grado di affrontare le nuove sfide

Si comprende, cosi, il panico dei piccoli azionisti, nel timore di essere coinvolti in una valanga di vendite, si sono alleggeriti delle posizioni. Conseguentemente, Pechino è stato costretto ad intervenire ed ha varato una serie di misure per evitare il tracollo. L’ente regolatore del mercato di Borsa della Cina ha, conseguentemente,  annunciato  nuove norme per limitare la capacità di vendita dei titoli del grandi azionisti cinesi a un massimo dell’1% del totale delle azioni di un’azienda. In questo mondo, i grandi azionisti (quelli che  detengono il 5% o più di un’azienda) non potranno liberarsi di oltre l’1% del totale nell’arco di tre mesi, e saranno anche obbligati ad annunciare al mercato i loro piani con almeno 15 giorni di anticipo. Di certo, gli errori compiuti minano la fiducia nel mercato, segno che il paese non è ancora probabilmente pronto alle sfide che una economia effettivamente libera pone ai governi. E gli episodi di gennaio, non rassicurano in tal senso.