I 70 anni di David Lynch: con il suo cinema ha raccontato i nostri incubi

Visionario. Onirico. Eclettico. Surreale e, soprattuto, geniale: David Lynch, artista anticonformista che ha fatto del gusto per la sperimentazione estrema la sua cifra stilistica, sta per spegnere le settanta candeline. Nato a Missoula, nel Montana – una di quelle piccole città che da sempre ama raccontare nei suoi film, e soprattutto nella sua serie tv più famosa, I segreti di Twin Peaks – il regista è l’unico al mondo che è riuscito a descrivere in poche ma efficaci battute la sua arte, spesso risultata criptioca anche ai più ambiziosi e ricercati spettatori. «I miei film – ha speigato il cineasta qualche tempo fa spiazzando i più – raccontano di strani mondi dove non puoi entrare a meno di non costruirli tu stesso. E io amo andare in questi strani mondi»…

 David Lynch, i settant’anni di un artista “diverso”

Spesso, non sapendo come etichettarlo, la critica cinematografica – che invece ama ricondurre a scuole e a marchi di fabbrica i maestri della settima arte – ha risolto definendo il cineasta “diverso”. E certamente, diverso per stile, spunti e realizzazione, David Linch lo è sempre stato. Fin dagli esordi di Six figures getting sick (Sei figure che si ammalano), il corotmetraggio dal titolo a dir poco indicativo con cui il regista americano esordisce sulla scena seducendo un pubblico di nicchia e i critici più integralisti che di lì a breve Lynch avrebbe conquistato definitivamente con un altro corto d’eccezione, quel The grandmother dall’inquietante soggetto che racconta la storia di un bambino che pianta alcuni semi, da cui spunterà una nonna, e a cui seguirà il primo lungometraggio, Eraserhead. La mente che cancella (1977), per cui il regista sfida la miseria: finiti i soldi della produzione e esauriti i fondi messi a disposizione da amici e parenti, David Lynch decide di dare fondo anche alle sue disponibilità, vendendosi persino la casa. Ma avrà ragione, ancora una volta, del suo modo “doverso”, “estremo” di procedere: dopo alcune difficoltà di distribuzione il film, che piace molto alla stampa di settore, diventa un cult che gli apre le porte della Hollywood che conta. L’ascesa è ufficialmente cominciata.

Lo stile, la carriera, i premi, la meditazione

Un successo, il suo, punteggiato da molti premi e riconoscimenti: anche se non ha mai vinto un Oscar, pur essendo stato candidato per ben quattro volte – nell’81 per la sceneggiatura e la regia di The Elephant Man; nell’87 per la regia di Velluto Blu e nel 2002, per Mulholland Drive, che gli ha regalato però la Palma d’oro alla regia a Cannes – e dopo aver conquistato l’ambìto Leone d’Oro alla carriera a Venezia nel 2006, ha sempre tenuto a precisare che i premi per lui hanno sempre contato poco. Come del resto non è mai stato un autore in cerca dell’approvazione critica o del riscontro popolare, ma mai per anticonformismo spinto o per preseunzione estrema, anzi, esattamente per l’opposto, per quell’inclinazione a rovolgersi alla sua interiorità, a guardare all’incoscio, dove ha trovato sempre fertile ispirazione. Così, in questi ultimi decenni, ha confessato il regista, «ho trovato un modo per accendere la luce in un mondo dove il buio abbonda. A me la meditazione ha cambiato la vita. Non è un culto, non è una chiesa, non abbisogna di riti. È tutto dentro di noi». Così diceva David Lynch qualche anno fa: trent’anni prima aveva scoperto la meditazione trascendentale e voleva diffonderla nel mondo. Tanto che, per promuoverne cultura e benefici, (e raccogliere i fondi da destinare alla sua divulgazione) nel 2005 il cineasta ha fondato la David Lynch Foundation For Consciousness-Based Education and Peace. Non solo: come può ne parla nei campus americani, promulga attraverso l’operato di migliaia di insegnanti di tecniche di meditazione sullde tecniche della meditazione, che lui pratica da almeno quattro decenni due volte al giorno, e per almeno venti minuti ciascuna.

I suoi incubi e le sue paure nei suoi film

Ma prima di arrivare alla conquista di tanta e tale serenità d’animo, questo artista rivoluzionario, collezionista di opere deformanti, visioni e racconti surreali, vincitore di due Palme d’Oro nel 1999 e nel 2001, ha scaricato nei suoi film le sue ossessioni. O meglio, ha tradotto in immagini, trame articolate e protagonisti ora noir, ora fantascientifici, ora gotici, ora al limite del grottesco, quei cortocircuiti della mente, quelle deformazioni fisiche – connotati di altre aberrazioni – quel cono d’ombra che da sempre avvolge nell’incubo la realtà apparentemente tranquilla della provincia americana, popolata di uomini misteriosi e di donne perseguitate dai loro segreti, che punteggiano ogni suo titolo. Non tanti i lungometraggi (dieci), moltissimi i suoi corti (una quarantina), una mezza dozzina le produzioni tv, compresa la mitica serie Twn Peaks, che irruppe sulla scena con tutta la sua stravolgente portata innovativa, girata quando ancora i registi cult in tv non andavano di moda, e che ritornerà entro il 2017: sono già pronti una decina di episodi, con alcuni personaggi delle due stagioni del 1990-91 (Kyle MacLachlan, Sheryl Lee) al fianco delle immancabili new entry (Amanda Seyfried).