Guerra Iran-Arabia spaventa il mondo: è l’ennesimo fallimento di Obama

L’equazione per i Saud è chiara: sciiti uguale a terroristi, e cosi è stato recepito dalle reazioni furibonde del mondo sciita. Un paradossale contributo al dialogo di un Paese che da lunedì capeggia un comitato di esperti Onu per i diritti umani. Il conflitto sciiti-sunniti non è più una guerra circoscritta al Siraq. Arabia Saudita e Iran, le due potenze rivali del Golfo sono ai ferri corti, anzi cortissimi, e l’Occidente – ricorda “Il Sole 24 ore” – non è solo uno spettatore interessato ma insieme alla Russia, alleata di fatto di Teheran, uno degli attori protagonisti.

Lo scisma tra i musulmani consumato con la battaglia di Kerbala nel lontanissimo 680

È in questo scenario bellico che i sauditi, mulinando la scimitarra del giustiziere, hanno lanciato il loro missile virtuale. È evidente che il primo bersaglio è l’Iran, grande protettore degli sciiti. Il secondo sono ribelli Houti dello Yemen sostenuti da Teheran, contro i quali Riad sta conducendo un conflitto che è diventato una sorta di Vietnam arabo. Ma le reazioni sciite, dal Bahrein dominato dai sunniti Al Khalifa al Libano degli Hezbollah, dall’Iraq del governo di Baghdad al lontano Kashmir indiano, dimostrano che si va ben oltre i labili confini mediorientali. Con queste esecuzioni Riad invia un messaggio alla comunità internazionale che accusa non troppo velatamente la casa saudita di avere incoraggiato con la sua ideologia religiosa i gruppi jihadisti.

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Ed è per questo che l’Arabia Saudita prima ha convocato i gruppi dell’opposizione e poi ha fondato una pletorica “santa alleanza” di stati sunniti che in realtà appare come una coalizione cosmetica, dalla quale alcuni come il Pakistan si sono già sfilati. Le condanne a morte devono irrorare con il sangue il nuovo ruolo saudita anti-terrorismo. Tutto questo coincide con un fase assai delicata: il governo di Baghdad, dove i sauditi hanno appena riaperto dopo 25 anni l’ambasciata, è chiamato alla gestione della riconquista di Ramadi, un momento chiave per tentare di ricostruire la fiducia tra sciiti e sunniti. Non solo: si avvicina l’apertura del negoziato Onu sulla Siria dove una delle questioni principali sarà proprio la rappresentanza al tavolo dei gruppi sunniti. E per Teheran si avvicina la fine delle sanzioni, forse l’unico freno a una reazione feroce degli iraniani. Il jihadismo doveva essere nei piani delle potenze mediorientali, come Turchia e Arabia Saudita, lo strumento per abbattere il regime di Damasco e modificare i confini della Siria di Assad e quelli dell’Iraq sciita: ora, oltre a essere un incubo per l’Europa, appare l’avanguardia della loro stessa disgregazione sul fronte interno ed esterno perché i jihadisti perderanno o comunque non vinceranno la guerra contro gli sciiti, come già accadde a Saddam Hussein negli anni ’80 dopo l’attacco all’Iran.