La figlia di John Wayne: «Se fosse vivo, papà voterebbe Donald Trump»

John Wayne e l’endorsement postumo a Donald Trump. O meglio, tutte quelle ferme convinzioni conservatrici che hanno animato l’idealismo a stelle e strisce che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare nei successi in bianco e nero come in technicolor firmati a quattro mani da John Wayne e John Ford, tramandati di padre in figlia, Aissa per l’occasione, che nel sostenere il diritto all’amor di patria e alla schiettezza tipicamente repubblicana ha rivendicato l’ereditarietà di certe scelte e convinzioni. «Papà? – ha dichiarato Aissa Wayne, nata dal matrimonio dell’attore con la sua terza moglie, Pilar Pallete – se fosse vivo voterebbe certamente per Donald Trump».

John Wayne? Voterebbe Donald Trump

E così, il candidato conservatore in visita nell’Iowa e in pellegrinaggio d’obbligo alla casa natale dell’attore simbolo americano incassa il sostegno pubblicamente dichiarato da uno degli eredi di casa Morrison – questo il vero cognome di John Wayne – e sentitamente ringrazia. Anzi ringrazia via social, non prima di aver pubblicato su Twitter il messaggio di Aissa in cui la donna sostiene di aver «dato finalmente una voce a tanti americani», e di essere «umilmente al suo servizio in questa campagna», e subito prima di aver apposto in calce il suo grazie. Un tributo reciproco, quello tra la figlia d’arte e il miliardario ora in prestito alla politica , che ha aperto un istante dopo il tweed un dibattito tuttora in corso i stigmatizzato nella sentenza social postata in Rete in conclusione da Trump: «L’America? Ha indubbiamente bisogno di un John Wayne».
Niente di più vero: un Paese alle prese con il far west quotidiano tra bande di diverse etnie per il controllo del territorio, che rischia la cannibalizzazione tra criminali di colore e poliziotti bianchi dal grilletto facile, dove una violenza ormai senza tetto né legge domina incontrastata. In un Paese che a fatica tenta di riemergere da una spirale di criticità economica in vigore da troppo, con i vertici istituzionali sempre più vittime di regolamenti non scritti ormai tipici di una politica spettacolo che ne divora precocemente vite e carriere, gli elettori-spettatori attoniti di questo film che lascia sul campo morti ad ogni strage improvvisata da mitomani dell’ultim’ora che puntano pistole e fucili contro studenti inermi o spettatori in una sala cinematografica, difficilmente ci si aspetta l’arrivo della cavalleria e l’happy end.

L’attore e il ricco imprenditore: la maschera e il volto dell’America idealista

E allora, servirebbe davvero un novello John Wayne, un eroe senza macchia e senza peccato dal fisico prestante, dai toni autorevoli, dotato anche di una certa autoironia – più o meno consapevole – e, soprattutto, capace di una comunicazione diretta che non conosce abbellimenti retorici o barocchismi demagogici. Insomma quello che rappresenta oggi Donald Trump sulla ribalta elettorale, e che solo ieri incarnava John Wayne sul set di Sentieri Selvaggi piuttosto che su quello del Massacro di Fort Apache. Entrambi simboli – in tempi e declinazioni diverse – di un’America pragmatica e operosa che al miraggio del sogno americano preferisce l’interventismo eroico del settimo cavalleggeri. E allora, John Wayne ieri, eroe senza macchia e senza peccato, e Donald Trump oggi, miliardario pronto a spiccare il volo per la Casa Bianca, sono la maschera e il volto di questa America segnata, immortalata sul grande schermo e perduta, nei cui spazi ancora vergini addentrarsi nuovamente alla conquista di nuovi territori, non necessariamente tutti ad ovest.
Simboli, entrambe le personalità, degli ideali d’oltreoceano di sempre: quelli che sventolano con la bandiera a stelle e strisce ad ogni parata cittadina. Quelli raccontati e omaggiati in tanti film, specialmente quelli con John Wayne, declinati ora all’epopea western e al mito della frontiera da conquistare e difendere, ora alle degenerazioni del potere – corretto o corruttibile che sia – descritte nei polizieschi anni Settanta sul genere di È una sporca faccenda tenente Parker. La maschera del mito cinematografico Usa, che a volte cela i suoi connotati rudi, altre volte il suo sguardo generoso, quella rappresentata sul grande schermo dall’attore; il volto dell’America schietta, più capace di prove muscolari che di equilibrismi diplomatici, quella incarnata dal politico Trump. Avranno la meglio su esili competitor democratici? Nell’immaginario, intanto, hanno già vinto. Agli elettori, poi, l’ardua sentenza…