Scola, maestro per tutti gli italiani. Ma il suo addio è uno show della sinistra

A tributare l’ultimo saluto a Ettore Scola alla Camera ardente allestita per lui alla Casa del Cinema di Roma c’era tutto l’establishment politico e culturale della sinistra che conta: quella che gira film, scrive libri e polemizza in tv. Quella stessa, insomma, causticamente ritratta nel salotto radical chic con vista sulla città eterna de La terrazza, e raccontata soprattutto da un parlamentare del Partito Comunista a cui ha prestato volto e indimenticabile istrionismo Vittorio Gassman; da uno scrittore in crisi d’ispirazione, da un funzionario Rai, da un giornalista che cerca di riconquistare la moglie e da un produttore cinematografico: protagonisti di quello che, oggi più che mai, a poche ore dalla sua scomparsa, rappresenta il manifesto ideologico e il testamento cinematografico del regista. C’erano tutti loro – personaggi reali e ideali trasposizioni cinematografiche – in carne e ossa e in anima di celluloide, a rendere omaggio a Scola e alla sua opera che – sia chiaro – sono sempre stati e resteranno sempre, patrimonio comune di un Paese tutto al di là delle preferenze elettorali e delle appartenenze culturali. Perché Scola è stato un maestrom per tutti gli italiani, prestigioso membro di quella nutrita scuola di autori che hanno saputo raccontare – declinandoli ai toni della commedia all’italiana, comea quelli dell’apologo drammatico – vizi privati e pubbliche virtù del Bel Paese, dall’euforia post-bellica al grigiore della crisi – politica e identitaria – moderna.

Scola, un racconto cinematografico che è patrimonio comune

Un racconto, il suo, capace di commuovere, di far riflettere, di indignare e anche di divertire amaramente, se dietro le caustiche maschere ritratte da Scola nei suoi film intere generazioni di italiani non avessero ravvisato proprio loro stessi, per quanto deformati dalla lente caricaturale di un regista sì, nostalgico e malinconico – come il suo Maccheroni ci ha dimostrato – ma anche sferzante e corrosivo, polemico e sarcastico. Per questo Ettore Scola è e resterà – al di là del gioco delle facili e immancabili appropriazioni indebite che, ad ogni lutto, ad ogni anniversario, ad ogni celebrazione in programma, l’intellighenzia dem non manca di riproporre – il cineasta di tutti noi. Il regista che – filtrato dal suo sguardo critico e dal suo sorriso sornione – ha saputo descrivere e analizzare da intellettuale rigorosamente disorganico un Paese in mano a politici e uomini di cultura che hanno perso in partenza la scommessa di una rivoluzione culturale sempre di là da venire, eppure perennemente rimpianta. Un Paese in progressiva e sudata evoluzione, immortalato in quell’istante eterno fissato in C’eravamo tanto amati, in cui Scola arriva a confrontarsi magistralmente con i ritratti ideologici di un mondo già in declino, affidati a quegli insuperabili compagni d’avventura di moltissimi dei suoi film: Gassmann, ManfrediSandrelli e altri ancora. Un Paese di cui il regista ha avuto il coraggio di inquadrare – e in primissimo piano – le abiezioni morali dei tanti Brutti sporchi e cattivi che lo popolano nelle sfere più infime, almeno quanto i tic, le nevrosi, i tabù dei suoi altolocati intellettuali progressisti riuniti ne La terrazza Italia e dove – nel mezzo – il discorso cinematografico di Scola è punteggiato dal racconto etetico sul Novecento, affidato alla saga intimistico-generazionale de La Famiglia. Tutti i film con protagonisti personaggi – in misura e modalità diverse – al limite del grottesco, e che sfiorano il tragico, che il regista ha saputo rendere epici. Un paese da cui scappare, in cerca di nuovi eroi e nuove epopee, in fuga dal grigiore di una quotidianità improntata sul compromesso agito da modaioli e affaristi di bassa lega (Riusciranno i nostri eroi...) E allora sì, è vero: una delle ultime apparazioni pubbliche di Scola lo ha ripreso ai funerali di Pietro Ingrao. È vero: è stato ministro del governo ombra del Pci, ma la sua opera omnia, il suo approccio culturale, la sua maestria cinematografica, l’eredità culturale che ci ha lasciato, si possono davvero ridurre a un’etichetta e restringere ad una categoria politica?