Dipendenti pubblici fannulloni: premi e promozioni per chi non lavora

Su 42 dipendenti dell’ispettorato regionale del ministero dello Sviluppo economico, sede di Bologna, la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per 30 impiegati, tutti accusati di truffa ai danni dello Stato perché, coprendosi a vicenda nel timbrare il cartellino altrui, se ne andavano in palestra, a far la spesa o al bar durante l’orario di lavoro. L’abitudine alla frode era tale che una volta venne addirittura timbrato il cartellino a una dipendente in ferie… Poi 21 degli indagati sono stati prosciolti dal gip, ma solo in virtù dell’entità ridotta del danno, inferiore agli 80 euro e in quanto tale considerato non penalmente rilevante. Per gli altri nove che vennero rinviati a giudizio, otto donne e un uomo, ieri il giudice Renato Poschi ha firmato la condanna a un anno e due mesi, con una multa da 800 euro e la sospensione condizionale della pena. Ancora da quantificare in sede civile la somma che dovranno risarcire al ministero. Si conclude così, almeno per il primo grado di giudizio, una vicenda iniziata nove anni fa grazie al senso del dovere di un altro dipendente dello stesso ufficio, Ciro Rinaldi, che per aver denunciato prima ai suoi superiori e poi alla magistratura le malefatte dei colleghi, non solo si è visto togliere il saluto da tutti, ma è stato pesantemente ostacolato nel lavoro e ha pure subito un procedimento disciplinare, oltre a una denuncia da parte del suo capo, poi finita nel nulla.

Difficile licenziare i dipendenti pubblici fannulloni

Nel frattempo – si legge su “La Stampa” – nessuno degli indagati è stato sospeso dal servizio, come la legge Brunetta invece richiederebbe, secondo le circostanze. «Nel 2007, quando ero rappresentante sindacale Cgil, vennero a lamentarsi da me due colleghe perché in ufficio erano sempre sole e le altre 6-7 non c’erano mai – racconta Rinaldi -: andavano in palestra, o a fare la spesa, allora ne parlai col dirigente ma non successe niente, anzi, cominciarono ripercussioni sulle due impiegate, che venivano tartassate dalle col leghe, e su di me, con accuse false. Nel 2009 ho fatto denuncia in procura». All’ispettorato intanto le cose si complicano; invece di dare ascolto a Rinaldi, l’amministrazione fa muro contro di lui: «Il dirigente, che ora è in pensione, ha cominciato a penalizzarmi con valutazioni basse che hanno influito negativamente sulla retribuzione, poi, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del 2012 seguita alla mia denuncia, ha avviato un procedimento disciplinare verso di me, accusandomi di aver dichiarato un numero eccessivo di chilometri durante un’ispezione. Sono stato sospeso per un giorno. Mi ha anche denunciato, ma sono stato scagionato perché il suo è stato giudicato un atto ritorsivo».

Dei nove condannati, quattro ora sono capisettore

Mentre l’impiegato ne passa di tutti i colori, gli indagati prosperano e avanzano di grado: «La cosa assurda è che sono ancora tutti qui, e hanno pure fatto carriera, con benefit e premi di produzione. Dei nove condannati, quattro ora sono capisettore». Da Roma, in questi anni, nessuna iniziativa sostanziale nei loro confronti: «Per loro c’è stato solo un richiamo scritto del ministero, invec( da un punto di vista discipli nare dovevano essere almene sospesi tutti e 29. Ora vedremo se per i condannati scatterà il licenziamento, come prevede la legge Brunetta».