«Daremo le nostre liste all’Antimafia»: Luigi Di Maio, ma che stai a dì?

È un vero peccato che sul pasticciaccio brutto di Quarto M5S e Pd abbiano ingaggiato una gara a chi la spara più grossa. Anche perché assegnare l’alloro al vincitore è impresa a dir poco ardua. Le Picierno, le Serracchiani e gli Orfini si sono infatti rivelati più ridicoli che temerari nel puntare il dito contro i pentastellati. Avessero aspettato solo cinque minuti prima di invocare le dimissioni del sindaco Rosa Capuozzo al ritmo di «ver-go-gna, ver-go-gna», si sarebbero accorti che era proprio al loro partito che guardava la camorra in vista delle elezioni amministrative del giugno scorso. Se il tentativo di infiltrazione è poi fallito, è solo perché quella lista non superò la prova dell’ammissibilità. Ma è un ex-consigliere comunale del Pd quel Mario Ferro che – stando almeno alle intercettazioni telefoniche allegate alle indagini – avrebbe fatto da intermediario per mettere a disposizione di imprenditori non proprio in odore di santità il consigliere De Robbio, guarda caso anch’egli con un passato di militante del partito di Renzi. Ma per tre esponenti di vaglia che aprono la bocca senza prima assicurarsi che sia collegata al cervello, c’è un Di Maio il cui celebrato aplomb istituzionale è stato completamente oscurato dalle balle sparate prima dai microfoni di Ballarò e poi dalle colonne della Stampa di Torino. «Nelle grandi città – ha dichiarato con aria solenne il vicepresidente della Camera – ci presenteremo con un metodo perfezionato», ovvero «chiederemo alla Direzione investigativa antimafia un parere informale sui nomi». Un parere informale? Ma che corbelleria è mai questa? Ma lo sa, l’on. Di Maio, che ha appena ipotizzato il reato (informale) di rivelazione di segreto d’ufficio e che, in ogni caso, mai e poi mai l’Antimafia potrebbe prestarsi a tale incombenza senza correre il rischio di compromettere eventuali indagini? Stupisce non poco, infine, che concetti così strampalati siano passati all’opinione pubblica senza che Massimo Giannini e il giornalista della Stampa opponessero la minima resistenza. Questione di prontezza di spirito, evidentemente. È scontato che con una performance così, la palma del vincitore della sparata dell’anno spetti proprio a lui, all’emergente Di Maio. Un vero peccato, perché sondaggi e critica lo vedevano già in campo a contendere la premiership a Matteo Renzi, un altro che in quanto a balle non scherza. Ma, forse, l’arte di dire cose in libertà è l’arma vincente della incipiente Terza Repubblica. Se così è, non è affatto scongiurato il pericolo che sarà proprio tra loro due la finale del ballottaggio. Del resto, al momento, il convento non passa altro.