Cameron è sicuro: ci salverà la lingua inglese dalle sirene jihadiste…

David Cameron stringe i freni sull’immigrazione, ma non convince: imparare bene l’inglese per integrarsi meglio nel Regno Unito e avere più strumenti per sfuggire al rischio della discriminazione e alle spire dell’estremismo. È questa la ricetta suggerita dal premier conservatore britannico David Cameron alle giovani donne di origine musulmana trapiantate sull’isola. In un’intervista a Radio 4 della Bbc, Cameron ha ammesso che non esiste un legame di “causa-effetto” fra scarsa conoscenza della lingua e propensione al radicalismo, ma si è detto convinto che un inglese fluente e una maggiore integrazione possano rendere “più resistenti” alle sirene jihadiste. E a questo scopo ha annunciato uno stanziamento iniziale del governo da 20 milioni di sterline. Perplessa ovviamente la reazione di alcuni esponenti della comunità islamica britannica, secondo i quali il primo ministro indica una qualche relazione (seppure non diretta) fra lacune linguistiche e conversioni all’estremismo che appare impropria. Relazione smentita del resto – secondo loro – ai loro occhi dalla perfetta conoscenza dell’inglese di foreign fighter emersi in Siria nelle file dell’Isis, come in altri teatri di guerra.

Cameron deve gestire un partito spaccato sulla Brexit

Intanto i conservatori pro Ue scendono in campo per dare man forte al premier britannico David Cameron impegnato nelle trattative con Bruxelles. L’obiettivo è quello di restare in un’Europa riformata e per questo l’ex sottosegretario Nick Herbert ha lanciato il gruppo Conservatives for Reform in Europe, che si oppone alla Brexit (l’uscita dall’Europa) in vista del referendum che si terrà nel Regno Unito forse già la prossima estate. Intervenendo sul Sunday Telegraph, Herbert, che 15 anni fa aveva invece guidato la campagna per tenere la Gran Bretagna fuori dall’euro, ha detto invece che uscire dall’Ue sarebbe un “salto nel vuoto” che metterebbe a rischio l’economia e la sicurezza del Paese. Il primo ministro ha offerto il suo pieno supporto a questa iniziativa, che di fatto ha adottato la sua linea riformatrice in Europa, all’insegna di un rapporto fortemente pragmatico con le autorità di Bruxelles. Lo stesso Herbert si definisce un euroscettico, non nasconde una serie di dubbi sull’Ue, ma alla fine conviene sul fatto che il mercato unico è cruciale per l’economia nazionale. In quella che sembra per certi versi una manovra combinata, il ministro dell’Istruzione, Nicky Morgan, è diventato il primo membro del governo Cameron a dichiararsi apertamente in favore dell’Ue. Ha lanciato dalle pagine dell’Observer un appello per evitare che con la Brexit il Regno Unito sia “tagliato fuori” dal resto del mondo e che i più giovani si ritrovino quindi a vivere in un Paese isolato che ha perso i suoi fondamentali legami internazionali. L’ultimo sondaggio di Survation rivela come i britannici favorevoli all’uscita dall’Ue sono la maggioranza, il 53%, mentre il 47% è contrario. Se si includono gli indecisi il 42% è per il “sì” alla Brexit, il 38% per il “no”, e un ampio 20% non ha ancora le idee chiare. Cameron deve fare anche i conti con un partito sempre più spaccato e con un governo dove i ministri avranno libertà di fare campagna in favore o contro la Brexit, alimentando così le divisioni interne.