Berlusconi “Il mio Ventennio ha dato voce agli italiani non di sinistra”

Sono passati ventidue anni da quel 26 gennaio 1994 in cui lei ha annunciato la sua discesa in campo. Se dovesse fare oggi un altro video di nove minuti per spiegare cinque cose in cui è cambiata l’Italia e cinque cose in cui non è cambiata rispetto a quel giorno che cosa direbbe, chiede “Il Foglio” a Silvio Berlusconi? “Una domanda troppo difficile. L’Italia del 1994, quando mi rivolsi agli italiani con quel messaggio, era un paese in profonda crisi, non solo economica ma anche politica, di fronte alla scomparsa – anzi all’eliminazione violenta – dei partiti democratici da parte della magistratura. Sull’onda del consenso, effimero ma diffuso, intorno all’operazione Mani pulite, la sinistra post comunista sembrava avere il potere a portata di mano. Oggi quella sinistra non esiste quasi più, e credo sia merito nostro”.

“Se i comunisti non esistono quasi più, è merito nostro”, dice Berlusconi

Ventidue anni dopo al governo c’è un leader di un partito avverso al suo che su molte battaglie si ispira chiaramente al primo programma elettorale di Forza Italia. Che cos’è che Matteo Renzi ha provato a riproporre delle vostre idee? E cosa invece non riuscirà mai a fare, di quelle idee, essendo un leader di un partito di sinistra? “Sento dire spesso che Renzi si ispirerebbe in qualche modo a Forza Italia. Se questo è vero, allora devo dire che l’imitazione non gli è riuscita bene. Renzi con noi non ha nulla in comune, se non una cosa: la consapevolezza che il vecchio linguaggio della politica ha stancato gli italiani. Ma di fronte a questo noi abbiamo scelto la strada della concretezza, della chiarezza, della realtà. Lui, quella delle battute, dell’arroganza, degli annunci. Per il resto, Renzi è un democristiano di sinistra nell’accezione peggiore del termine: somiglia più a Ciríaco De Mita che ad Aldo Moro. La sua è la versione 2.0 della vecchia teoria enunciata nel ‘Gattopardo’: bisogna che tutto cambi affinchè non cambi nulla”.

Berlusconi: “Renzi è un Gattopardo 2.0, un vecchio DC di sinistra”

Quali sono secondo lei le principali riforme che in questi vent’anni, anche nei vostri governi, non sono sta te fatte e che avrebbero potuto riequilibrare tutti gli squilibri che esistono nella magistratura italiana? “C’è una riforma-simbolo, quella che Fini e Casini ci hanno sempre impedito di realizzare: la separazione delle carriere. Come avviene in tutti i paesi civili, in tutto l’occidente, chi rappresenta l’accusa dev’essere del tutto distinto e distante rispetto a chi deve giudicare. Il pubblico ministero per parlare con il giudice deve mettersi in coda davanti alla sua porta esattamente come l’avvocato difensore. Fini e Casini più volte minacciarono di far cadere il governo se avessi portato sul tavolo del Consiglio dei ministri anche solo questa riforma. Per loro era indispensabile contare sulla protezione dell’Associazione nazionale magistrati. Immaginatevi quale sarebbe stata la loro reazione se avessi tentato di far approvare dal Parlamento una vera riforma della magistratura, da quella del Csm fino alla non appellabilità delle sentenze di assoluzione!”.