Torna di scena la Leopolda di Renzi, tra assenze e promesse mancate

Sono passati cinque anni dalla prima Leopolda renziana. Politicamente, un’era. Di lì a poco molte cose sarebbero cambiate nel Paese. Nel 2011, un anno dopo, al governo andava Mario Monti. Al Quirinale Giorgio Napolitano. Il professore della Bocconi varcava il portone di Palazzo Chigi, inaugurando la serie dei presidenti del Consiglio incoronati dal Colle senza passare per le urne. Folgorante esempio di destrutturazione democratica in salsa italiana. Un metodo talmente ben riuscito, nella totale passività dei partiti e grazie all’indecoroso vassallaggio delle classi dirigenti nostrane verso i diktat europei della Merkel, di Sarkozy e della Bce, da essere poi ripetuto con  Letta e lo stesso Renzi. Cinque anni, dunque. Da quel che si apprende alla vigilia della nuova kermesse, questa volta, alla Leopolda, ci saranno alcune assenze importanti. Personaggi come l’astronauta Samantha Cristoforetti, come Federica Pellegrini, come lo stesso Jovanotti, inseguiti e corteggiati dall’entourage del premier, hanno dato forfait. In compenso ci sarà il presidente del Coni, Giovanni Malagò, talmente felice di essere stato invitato, da sbandierarlo ai quattro venti come un cimelio olimpico. Sfileranno le ministre, dalla Boschi alla Pinotti alla Madia. Le tre grazie del renzismo si esibiranno in un botta e risposta con il pubblico insieme a Poletti e Franceschini: cinque ministri per la narrazione di governo. La “question time” trasloca dall’austerità del Parlamento nell’ottocentesca stazione fiorentina, rivestita con la solita scenografia ad effetto: un mappamondo, con la scritta “La terra degli uomini” (da Saint-Exupéry), vecchi bauli, un timone per indicare la rotta e tanti libri. Tema portante: Ieri, oggi e domani. Che non è proprio tanto originale come titolo, visto che si riferisce ad una rassegna  che parte dalla “rottamazione”, dal “cambiamo verso” , dal “rivoltiamo l’Italia” per farci ritrovare con le pive nel sacco, ancora ad un ritmo di crescita dello zero virgola, incollati e prostrati in una condizione di apatia, di spaesamento, di incertezza verso il futuro. Imbrigliati da una burocrazia asfissiante, illusi dal  jobs act, tartassati da una fiscalità che non ha eguali, alle prese con un sistema bancario fraudolento e oppressivo, beneficiato, salvato dall’esecutivo sulla pelle dei risparmiatori. Con una riforma costituzionale del Senato che, sull’assunto (giusto) di superare il bicameralismo perfetto, ci regala un sistema squinternato e sbilanciato. Con una riforma elettorale che, se dovesse andare in porto, non toglierebbe  affatto alle oligarchie partitiche l’indicazione dei candidati che proprio alla Leopolda si disse di voler cancellare, restituendo la scelta ai cittadini. Con una spending review che è rimasta stampata nei dossier di Cottarelli, mentre il socialismo municipale e regionale continua a presentare bilanci in rosso per le oltre 10 mila partecipate locali. Con una Rai che, salvo le nomine degli amici di Renzi nei posti chiave, è anni luce lontana dal modello BBC di cui pure alla Lepolda si annunciò il varo. Insomma, il Renzi che torna alla Leopolda , dopo cinque anni, ci appare francamente scolorito e un po’ appesantito ( non solo nel fisico, come dice la Santanchè, che lo ha incrociato alla prima della Scala). Il tempo passa. Ma la “costruzione di futuro” resta soltanto un pallido ricordo.