Scende ancora il prezzo del petrolio. Per l’Italia è una buona notizia?

Scende, anzi precipita il prezzo del petrolio: il barile di greggio americano è stato trattato ieri fino a un minimo di 38,68 dollari, ai minimi da sette anni mentre il brent si è avvicinato alla barriera dei 40 dollari. E la voragine rischia di allargarsi nei prossimi giorni, con effetti per lo più positivi per un Paese consumatore come l’Italia.

Petrolio giù: non mancano gli effetti negativi sufficienti a frenare la ripresa

Non è difficile, innanzitutto, scovare la causa degli ultimi, clamorosi ribassi. Venerdì sera, dopo sette ore di discussione (e di insulti), i delegati dell’Opec, il già potente cartello dei produttori, si sono lasciati senza aver raggiunto un’intesa sulla quantità di petrolio da estrarre.

Resta, in teoria, il tetto precedente di 30 milioni di barili al giorno.

Ma è probabile che si andrà ben oltre, per più ragioni: l’Iran si accinge a aumentare le vendite, una volta finito l’embargo; il governo del Venezuela, ormai in ginocchio, deve racimolare i quattrini necessari per evitare il default. E, soprattutto, l’Arabia Saudita non intende cambiar rotta: Riyad continuerà a pompare oil dai pozzi, sia per obbligare i produttori Usa di shale oil a tagliare ancora le estrazioni dai minerali di scisto, sia per non regalare quote di mercato alla concorrenza, Russia e Messico in testa. Perciò, come ha ribadito il ministro Al Naimi l’Arabia comincerà a tagliare solo dopo che Mosca e gli altri, dentro e fuori l’Opec, faranno altrettanto. Difficile che succeda, sia perché la maggior parte dei produttori ha grossi problemi di liquidità (vedi la Russia), sia perché le relazioni tra l’Iran sciita e l’Arabia sunnita sono ai minimi storici, come ricorda “Libero”. Perciò, come rileva un report di Ubs, è molto probabile che la produzione Opec non si ridurrà prima del prossimo vertice, fissato per il prossimo giugno. Ovvero i prezzi, scesi negli ultimi due mesi del 20%, non si riprenderanno prima del prossimo aumento.