Una Leopolda di destra per costruire una vera alternativa al renzismo

Essere studiosi del successo è una delle basi per diventare un grande leader. Che la Leopolda, la kermesse politica inventata da Matteo Renzi, nel 2010 sia una delle basi del suo successo politico è fuori discussione. Da lì è partita la sua scalata al Pd e poi al governo. Da lì, anno dopo anno, costruisce la sua legittimazione politica, rafforza la sua base di consenso, manifesta le sue idee-guida. La Leopolda è insieme un’aspettativa e un programma. Basta leggere i titoli delle diverse edizioni: Prossima fermata Italia, Big Bang, Viva l’Italia viva, Diamo un nome al futuro, Il futuro è solo l’inizio, Terra degli Uomini. È un modello comunicativo. È soprattutto l’idea di una speranza, dietro cui ci sono, seppure in secondo piano, gli indirizzi programmatici,. Come modello di successo va perciò studiata, malgrado le smagliature portate al renzismo dall’esperienza di governo. Per i “leopoldini” il tempo dell’innocenza è finito. Ma sul versante opposto, quello del centrodestra, un nuovo tempo politico è da costruire, specie per chi – oggi trentenne – il ventennio berlusconiano l’ha appena sfiorato. Per questo una Leopolda di destra va pensata e realizzata. Non certo per scopiazzare quanto fatto da Matteo Renzi, ma per provare ad immaginare quel modello alternativo al renzismo che è negli auspici di molti, ma che stenta a crescere, soprattutto nell’immaginario collettivo, a farsi idea avvolgente e “calda”, malgrado gli sforzi dei partiti del centrodestra.

Due esempi. Qualche giorno fa, su Il Sole 24Ore il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha proposto una “piattaforma programmatica per il centrodestra”, al fine di evitare – ha scritto – «il riperpetuarsi rovinoso di quei distinguo che in passato hanno fatto fallire i progetti di governo a lungo termine delle coalizioni costruite più sull’essere “uniti contro qualcuno” che per “fare qualcosa insieme”». Un auspicio condivisibile, niente da dire. Ma quanto in grado di “emozionare” i potenziali elettori? Quanto capace di creare condivisione? Il mezzo paginone, in sei punti, ha lo stesso appeal di un bastoncino di pesce precotto e surgelato: commestibile, ma ben poco capace di dare sapore ed emozioni ad un’opinione pubblica oggettivamente “disgustata” dalla politica.

Secondo esempio. Più o meno ogni due settimane Berlusconi mette in scena ad Arcore un vertice tra i tre leader della coalizione, rappresentata da lui stesso, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Uniti si vince è il solito tormentone, spolverato – come fosse un pandoro – dalla ricetta programmatica del momento. Domanda: può bastare qualche vertice a “fare una coalizione”, se poi, intorno al “vertice” non si costruiscono quei doverosi processi partecipativi che sono il valore aggiunto di qualsiasi strategia politica?

Ci vuole evidentemente qualcosa di più. Magari anche, ma non solo, una Leopolda di segno opposto a quella renziana, in grado di suscitare, sul versante del centrodestra, ascolto e condivisione, progetti e innovazione. In che modo ? Buttiamo lì qualche spunto. Intanto tornando al “reale”, rappresentato dalla “società civile”, dai rappresentanti delle categorie produttive, dalle professioni, dall’associazionismo, dai territori. Facendo parlare il mondo della cultura non conformista, quello che lavora sulle idee lunghe e che tenta di dare risposte adeguate alla complessa crisi attuale. Mettendo in primo piano i giovani, capaci di contaminare con il loro entusiasmo e con l’uso spregiudicato dei nuovi mezzi di comunicazione. Ascoltando: c’è bisogno (a destra) di politici che imparino ad ascoltare gli altri più che se stessi. Ed allora vorremmo una Leopolda di destra in cui siano banditi i telefoni cellulari, per concentrarsi sugli argomenti; siano evitati i comizi, per dare spazio alle idee; sia valorizzata la sintesi (5-10 minuti per ogni intervento) bandendo la facile retorica.
Se non conosci te stesso, né conosci il tuo nemico, sii certo che ogni battaglia sarà per te fonte di pericolo gravissimo” – scrive Sun Tsu, in “L’arte della guerra». È tempo che la destra italiana torni a conoscere se stessa e quanto, nella società, nella cultura, nel mondo giovanile, si muove intorno ad essa. Per poi costruire, su solide basi, programmi, strategie ed alleanze. Anche a questo una “Leopolda” di segno contrario può ben servire.