Il papà del killer USA: “Mio figlio amava il Califfo e detestava Israele”

Sono le sette di sera ed è calato il buio, sulla comunità residenziale di Corona dove vive Raheel Farook, fratello del killer di San Bernardino. Busso alla porta di casa su Forum Way, ma nessuno risponde, anche se le luci dentro sono accese. Dalla strada si avvicina un signore anziano che spinge una bambina sul triciclo, e mi chiede: «Posso aiutarla?». Certo che può. Lei è il padre di Syed, vero? «Si». Possiamo parlare di suo figlio ? «No, guardi, l’Fbi mi ha già interrogato per sette ore. C’è un’inchiesta criminale aperta, e se parlo rischio la prigione». Ma parliamo solo di suo figlio, non dell’inchiesta. Com’era, come persona? «Un angelo. Bravo, ubbidiente, studioso. Forse un po’ troppo timido, conservatore, e fissato contro Israele». Lei quando è arrivato dal Pakistan? «Nel 1973. Sono andato a Chicago, ho preso la laurea breve in ingegneria meccanica, e poi mi sono messo a lavorare duro per costruire una famiglia. Ho guidato anche i camion: settimane lontano da casa, e la schiena spezzata, per garantire ai miei figli un’istruzione e la possibilità di avere successo», spiega a “La Stampa”.

Il papà del killer della California: “mio figlio era un musulmano intransigente”

«Pensate che da adolescente non andava alle feste dei compagni di classe, perché diceva che un buon musulmano può vedere ballare solo sua moglie. Io vengo dalla città, sono un liberal, scherzavo su tutto come fanno i pachistani e gli suggerivo di sciogliersi, ma non c’era nulla da fare». Perché Rizwan ha fatto quello che ha fatto? «Non lo so. Mi dispero e non capisco. Aveva tutto: guadagnava 70.000 dollari all’anno, più 20.000 di straordinari, una casa, una figlia di sei mesi, faceva il master per guadagnare di più. Era appassionato di meccanica, come me. Aveva studiato ingegneria ambientale perché là c’era il lavoro, ma il suo divertimento erano le auto. Nel tempo libero faceva il meccanico, dentro al suo garage. Non lo so, non riesco a darmi pace. Forse se fossi stato a casa lo avrei scoperto e fermato».

Il killer islamico era ossessionato da Israele e “condivideva l’ideologia di Al Baghdadi”

Lei non si era accorto che accumulava armi? «Una volta ho visto che aveva una pistola, e mi arrabbiai: in 45 anni di Stati Uniti – gli urlai non ho mai avuto un’arma. Lui scrollò le spalle e rispose: peggio per te». Parlavate mai del terrorismo, dell’Isis? «Certo. E chi non ne parla oggi? Lui diceva che condivideva l’ideologia di Al Baghdadi per creare lo Stato islamico, ed era fissato con Israele». Che vuol dire? «Io gli ripetevo sempre: stai calmo, abbi pazienza, fra due anni Israele non esisterà più. La geopolitica sta cambiando: la Russia, la Ciña, anche l’America, nessuno vuole più gli ebrei laggiù. Li riporteranno in Ucraina. A cosa serve combattere? Lo abbiamo già fatto e abbiamo perso. Israele non si batte con le armi, ma con la politica. Lui però niente, era fissato». Fissato su cosa? «Ce l’aveva con Israele».