Libia, Sabratha è in pericolo. La memoria del Mediterraneo dev’essere salvata

Era l’estate del 1971. Ero appena adolescente. Sbarcai a Tripoli in piena estate. Ai miei occhi la capitale della vecchia colonia era solo una città tranquilla, bianca, esotica. Dove tutti parlavano italiano.

Mio padre lavorava da anni con le sue navi con la Libia. La “rivoluzione verde” di Gheddafi non lo preoccupava,  per lui era solo l’ennesimo conato rivoluzionario arabo. Roba già vista. Un fastidio temporaneo. Qualche sparo, urla e altro denaro da versare ai nuovi “padroni”. Come in Libano, in Algeria, come in Egitto.

Nella Tripoli del tempo i referenti libici del babbo erano tranquilli, venali (molto venali) e allegri. Come prima, come sempre. Militari, mercanti, doganieri, poliziotti e taxisti bevevano vino e Johnnie Walker (rigorosamente black label…) e non si scomponevamo più di tanto per i proclami xenofobi del colonnello. «È roba vostra», dicevano, e non avevano torto. Sapevano bene che l’arruffato leader era un cavallo (magari pazzo) di Roma.

Allora non capivo — più tardi, molti anni dopo, compresi che Gheddafi era  il frutto di una congiura dei servizi italiani sigillata in un albergo di Abano Terme nella primavera del 1969 — ma m’indignavo. Mio padre bruscamente m’imponeva il silenzio. Doveva trattare e fissare contratti, noli e banchine. Era lavoro, solo lavoro.

Non era l’unico. Anzi. Per l’Italia morotea (e l’ENI di Cefis), la “rivoluzione” gheddafiana fu l’occasione irripetibile per pensionare l’inviso re Idris, scacciare gli “alleati” anglo-americani (30 e più anni dopo El Alamein) dalla “quarta sponda” e impossessarsi finalmente dei giacimenti petroliferi libici. Il conto, purtroppo, lo pagarono i trentamila coloni italiani scacciati dalle loro case, dalle loro terre. Allora, Roma non fece una piega e si limitò (come per gli esuli giuliano-dalmati) a qualche elemosina: l’affare era troppo importante per concedersi il lusso dell’orgoglio, delle nostalgie. Come ricordava il vecchio Hegel, gli Stati — tutti gli Stati — sono dei “mostri freddi”.

In quei giorni, Tripoli era bellisima. Il castello, il lungomare, le spiagge. I gelati. Poi, il nuovo ministro del commercio — un simpatico ubriacone che ogni volta che arrivava in Italia veniva a trovarci, svuotando l’armadio bar di casa — ci invitò per una gita. Vidi allora Sabratha, l’antica città romana appoggiata sulla linea del Mediterraneo. Un capolavoro intatto e perfetto, un disegno urbano degno di Petra e Palmira. Un gioiello conservato dal deserto e restituito dall’oblio da italiani testardi e colti — l’archeologo Renato Bartoccini e Italo Balbo, governatore dalla Libia e grand’uomo —, che scavarono dalle sabbie il teatro (tre piani con colonne sovrapposte) , i templi, il forum, l’anfiteatro con diecimila posti. Sabratha, una meraviglia distesa sul blù del mare.

Alla fine della visita, restammo soli con i nostri accompagnatori. All’ombra di una colonna dorica, il ministro (una volta tanto sobrio..) iniziò a declamare Virgilio. Aveva studiato al liceo italiano e ne era fiero: «Siamo la civiltà dell’olio e della vite, siamo il mare che unisce e non divide.  Sabratha come Leptis Magna è il nostro passato e il nostro futuro. Enea, al termine del duello con Rutulo, fissò un cippo per delimitare il confine, il limes. Noi oggi siamo il vero confine della civiltà mediterranea … non il vecchio sovrano corrotto.  Anche Gheddafi lo sa, ma deve giocare il suo ruolo, la sua parte … i nemici sono gli anglo-americani e i matti, le “barbe lunghe”, i sauditi».

Sono passati quarant’anni. Ho perso da tempo le tracce del ministro. Chissà dov’è finito e come è finito, non importa… Ma le sue parole —  spezzoni di discorsi complessi che, troppo giovane,  non potevo comprendere, capire — mi ritornano alla mente questa sera,  quando leggo che i jihadisti stanno sfilando nel centro di Sabratha, annunciando la distruzione di questa città romana perduta, ritrovata e nuovamente perduta. Per polverizzarla. Per distruggere ogni cosa. Ogni ricordo, ogni memoria, ogni bellezza.  Sul Mediterraneo, il Mare nostrum. È tempo d’intervenire.