I cento anni di Edith Piaf: in mostra il “passerotto” con l’anima da rockstar

Avrebbe compiuto cento anni sabato, Edith Piaf. Ma il suo fascino, ribelle e anticonvenzionale, resiste intatto al tempo. L’Italia la ricorda con una mostra, che ne ripercorre vita e arte e che segue quella che è stata allestita a Parigi fino a settembre.

In mostra “Edith Piaf. L’amour”

”Edith Piaf. L’amour (nel centenario della nascita)” è il titolo della rassegna al Teatro di Villa Torlonia a Roma, inaugurata da Philippe Leroy e aperta sulle note delle sue canzoni più famose, suonate dall’Ensemble Paris qui chante. Il suo amico Jean Cocteau, che la fece debuttare in teatro scrivendo per lei Il bell’indifferente, affermava che cantava «come se si strappasse l’anima dal petto». Celebrata come una rockstar ante litteram, la cantante deve il nome con cui è diventata celebre alla figura minuta (era alta appena un metro e 47): le valse il soprannome di “passerotto”, Piaf, appunto. In realtà, si chiamava Giovanna Gassion.

Un mito alimentato con sapienza

Il suo mito lo alimentò lei stessa, cominciando dal racconto delle proprie origini: diceva di essere nata per strada, a Belleville, anche se all’ospedale Tenon si trova un certificato che ne attesta la nascita. Era figlia e nipote di saltimbanchi, nata da un acrobata e contorsionista, artista di strada che la portava in giro con sé, finché nel 1935 la sentì cantare e la scoprì il direttore del cabaret “Le Gerny’s”, che la lanciò nel bel mondo e l’anno dopo ottenne il prestigioso riconoscimento Grand Prix du Disque con L’Etranger, mentre il suo debutto era legato a una canzone italiana, Parlami d’amore Mariù, divenuta Le chaland qui passe. La mostra di Villa Torlonia con manifesti, spartiti, foto, libri, riviste, documenti, dischi e così via, parte proprio da quegli inizi col passaggio dalle miserie della rue al lusso, ai successi e poi di nuovo al dolore, all’alcolismo e alla droga.

Una vita in scena

Da La vie en rose a Milord, da Elle frequentait la Rue Pigalle a Je ne regrette rien, i titoli del suo celebre repertorio sono noti a tutti e raccontano storie di amori appassionati, di colore e disperazione, ma sempre sorrette dalla poesia, oltre che dalla sua voce ruvida, aspra e potente, emblema della Francia durante la guerra e il dopoguerra. La Piaf è rimasta sempre in scena, sempre con la voglia di cantare («altrimenti muoio») sino all’ultimo, fino agli anni in cui è malata, intossicata dai barbiturici e pare ogni volta debba morire in scena. E mistero e leggenda aleggiano anche sulla sua morte, che pare sia avvenuta a Cannes il 10 ottobre 1963, ma è stata registrata il giorno dopo a Parigi, dove si dice l’avesse trasportata nottetempo l’ultimo marito, perché la regina dei boulevards non poteva che morire nella capitale.