Dee Brown, quell’oscuro bibliotecario che cambiò la storia degli Indiani

Per molti anni fu un oscuro bibliotecario, ma quando, nel 1970, Dee Brown (morto il 12 dicembre del 2002) scrisse Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, l’America e il mondo presero coscienza del problema degli Indiani d’America, e si iniziò a capire che le cose, al tempo della Frontiera, non erano proprio andate come ci aveva raccontato Hollywood con migliaia di film (molti dei quali peraltro estremamente gradevoli). Ma erano fantasie, il racconto di una realtà edulcorata, quando non del tutto falsa, scritta e raccontata a uso dei coloni americani e, in ultima sintesi, degli americani così come oggi li intendiamo tutti: ossia gli europei emigrati nel nuovo mondo nel corso di alcuni secoli. Curiosamente, in quello stesso anno, uscì, oltre al saggio di Brown, anche un altro film “revisionista” della storia, Soldato blu, di Ralph Nelson. Il tempo del generale Sheridan, secondo cui «l’unico indiano buono è un indiano morto», o quello del ring di Tucson, o quello in cui lo Stato messicano del Chihuahua pagava 50 dollari per lo scalpo degli indiani (25 per quello di una donna e 10 per quello di un bambino), erano finiti per sempre. Oltre un secolo dopo lo sterminio insomma si cominciò a vedere la realtà per quella che era: non “un’inarrestabile marcia della storia” come diceva Tolstoi, ma un autentico massacro, quasi un genocidio, compiuto da invasori contro un popolo autoctono, simile, ma di più grandi proporzioni, a quello compiuto dagli inglesi in Australia e Nuova Zelanda. In realtà, erano circa trent’anni che il bibliotecario dell’Arkansas scriveva libri sull’argomento, potendo attingere a fonti di primissima mano e a documentazione inedita, ma le sue opere passarono più o meno inosservate.

Per Dee Brown cinque milioni di copie in tutto il mondo

Bury my hearth at Wounded Knee, invece, ottenne un successo senza precedenti, giungendo a vendere oltre cinque milioni di copie in tutto il mondo, e a essere tradotto in almeno 15 lingue, turco e serbo comprese. La storia di per sé è quasi marginale, parla di uno dei tanti massacri che l’esercito statunitense, i soldati blu, compì a fine dicembre 1890 in Sud Dakota, appunto sulle sponde del torrente Wounded Knee (letteralmente “ginocchio ferito”). L’operazione si svolse nell’ambito delle cosiddette guerre Sioux, ma in questo caso si trattò di un ignobile massacro nei confronti soprattutto di donne e bambini. In quell’anno in realtà c’era stata una recrudescenza delle guerre indiane, perché Wovoka, il profeta, aveva diffuso tra le tribù la Danza degli Spettri, distribuendo tuniche magiche che avrebbero dovuto rendere i guerrieri invulnerabili alle pallottole degli “occhi bianchi” e vagheggiando la cacciata degli invasori oltre il Gran Lago Salato. Wovoka era uno sciamano Paiute proveniente dal Nevada, figlio di un altro sciamano, che aveva assorbito in egual misura la dottrina cristiana e le credenze dei nativi. Ovviamente, la rivoluzione non ci fu, ma l’esercito – su ordine del governo – era intenzionato a mettere fine una volta per tutte alle guerre indiane e a risolvere il problema indiano con il sistema delle riserve. Comunque le cose andarono così: il 15 dicembre 1890 il afoso capo Sioux Hunkpapa Toro Seduto (meglio sarebbe dire Bisonte Seduto) era stato assassinato dalla polizia – sembra indiana – della riserva di Standing Rock, dove viveva, perché si temeva che potesse aizzare gli indiani e a unirsi alla protesta di Wovoka. In realtà Toro Seduto non era appassionato della vicenda, e tuttavia fu ucciso.

Il saggio di Dee Brown divenne subito un best-seller

Un gruppo di Sioux Miniconjou, comandato da Big Foot, appresa la notizia della morte di Toro Seduto, abbandonò il proprio campo sul torrente Cherry per andare alla riserva di Pine Ridge e mettersi sotto la protezione di Nube Rossa, un altro protagonista del Little Bighorn. Lungo la strada, però, per un caso del destino, furono intercettati da alcuni squadroni del Settimo Cavalleggeri, sì, proprio quello di Custer, che li disarmò e li radunò a Wounded Knee. Non si seppe mai esattamente cosa successe davvero: però, a un certo punto, i soldati aprirono il fuoco contro il gruppo dei Sioux, ormai inermi, uccidendone, a quanto pare, quasi 300. 25 giacche blu persero la vita e alcune decine furono ferite. Negli archivi ufficiali è spesso ricordata come l’ultimo grande scontro armato tra indiani e soldati, ma si trattò di un massacro nato forse da un malinteso o più probabilmente dalla voglia del 7° di vendicare il loro sfortunato condottiero dai capelli gialli. La vicenda, nel secolo scorso, ha colpito l’immaginario della gente: su Wounded Knee, oltre al libro di Brown, sono stati fatti film, canzoni, ballate, una di Johnny Cash e due dei nostri Davide Van des Froos e di Luciano Ligabue, citazioni varie. C’è anche un museo dedicato. Ma il motivo per cui questo libro divenne un best-seller deve essere ricondotto al fatto che Dee Brown lo scrisse in uno stile completamente nuovo, tanto da indurre molti – anche in Italia – a ritenere che lui stesso fosse un indiano. Così non era, anche se la nonna aveva conosciuto davvero Davy Crockett, sul quale Brown scrisse anche un libro. Che dire di più? Dee Brown morì il 12 dicembre 2002, a 96 anni, a Little Rock, in Arkansas. Da giovane era diventato amico di un ragazzo Creek, col quale andava a vedere le partite di Baseball. Una volta questo ragazzo, vedendo un film western con lui, gli disse che quelli che stava vedendo non erano veri indiani, e che le cose erano andate diversamente. Il giovane Dee probabilmente fu colpito da questo episodio in maniera fortissima, tanto che nel corso degli anni proseguì le ricerche sulla colonizzazione del Nord America e sul destino degli Indiani. Nel XIX secolo i coloni europei passarono da 30 a 60 milioni, e oggi sono 300. Non ci sono dati certi su quanti fossero gli Indiani prima dell’arrivo dell’uomo bianco e del cavallo, ma è sicuro che il loro numero si è drasticamente ridotto in pochi secoli, sia per la guerra senza quartiere sia per l’uso di alcolici e le malattie portate dagli invasori. Oggi negli Usa gli Indiani dovrebbero essere un milione e mezzo, ci sono 300 riserve federali, anche se un terzo di loro vive nei grandi agglomerati urbani. La riserva più grande – e forse anche la più famosa – è quella dei Navajo.