Il cruccio di Berlusconi: vorrebbe il voto ma sa che non l’otterrà

Più che il fatto in sé – l’accordo tra Pd e M5S per eleggere i tre giudici della Consulta – sono state le reazioni che ne sono seguite a svelarci il grado di confusione che agita il centrodestra. A fronte, infatti, di una Forza Italia spaesata e stordita nel recinto dell’irrilevanza politica tipica di un’opposizione gladiatoria e muscolare, si registra la rinnovata vitalità  di Salvini e della Meloni, prontissimi a bollare il tutto come prove tecniche di inciucio tra renziani e grillini. Non c’è da meravigliarsi più di tanto: diversamente dai suoi alleati che hanno colto al volo l’occasione per contendere ai pentastellati il ruolo di irriducibili antagonisti a Renzi, Forza Italia si considera solo provvisoriamente all’opposizione. A fare la differenza contribuisce anche la legittima riottosità di Lega e FdI-An a sobbarcarsi la tutt’altro che eventuale incomprensione se non l’ostilità che produrrebbe nei rispettivi elettorati un patto politico con la maggioranza. In una fase di acritica esaltazione dell’antipolitica come l’attuale, Salvini e Meloni hanno pensato che un “no” facesse meno danni di un “sì” e che l’impresa di eleggere alla Consulta un giudice di area non valesse la spesa di scontentare i propri sostenitori. La differente sensibilità  nel centrodestra rispetto al rapporto con la maggioranza è, per il Cavaliere, solo un problema tra gli altri. Destinato tuttavia ad incancrenirsi con il prolungarsi della legislatura. Un Parlamento che dovesse durare fino alla  scadenza naturale del 2018, finirebbe infatti per evidenziare più di una slabbratura nella coalizione di centrodestra a tutto vantaggio dell’appeal di Renzi presso l’elettorato moderato. Al contrario, la prospettiva di elezioni ravvicinate consentirebbe a Berlusconi di tenere in insieme il tutto. E forse non è un caso se davanti al libro di Vespa, l’altra sera, l’ex-premier abbia retoricamente “consigliato” a Mattarella di sciogliere le Camere. Il tutto, però, accompagnato dalla doppia, amara, consapevolezza che il tempo non lavora per lui e, soprattutto, di non esserne più il padrone.