Centrodestra unito al Senato contro Renzi: passa la linea Salvini-Meloni

Alla fine sono i numeri a contare. E i numeri (quelli dei sondaggi) ci dicono che oggi è la Lega la locomotiva del centrodestra. Più che naturale, quindi, che sia il suo leader a dettare la linea. Salvini ha seguito il dibattito sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Boschi da Mosca, dove si trova in missione, e quando è stato informato della decisione del gruppo forzista di uscire dall’aula al momento del voto ha pensato che era davvero troppo e ha dettato all’agenzie una nota molto più simile ad un ultimatum militare che a una dichiarazione politica: «Se Forza Italia non vota la sfiducia al governo – ha detto -, ci incazziamo e ci sarà da rivedere tutto, anche la coalizione Lega-Fi-Fdi per le amministrative».

Presenta una mozione congiunta di sfiducia contro il governo

Sono bastate queste poche righe, rafforzate qualche minuto dopo da analoga presa di posizione dalla leader di FdI-An, Giorgia Meloni («Sarebbe una scelta tragica non tentare di sfiduciare Renzi al Senato»), a ricompattare un centrodestra andato letteralmente in frantumi sulla vicenda Boschi. Pasano ancora poche ore ed ecco infatti una nota dell’ufficio stampa della Lega (ulteriore indizio dell’egemonia del Carroccio) che annuncia l’avvenuta presentazione al Senato di una mozione di sfiducia al governo da parte dei gruppi della Lega e di Forza Italia (FdI-An non è presente nell’assemblea di Palazzo Madama), la cui calendarizzazione sarà richiesta alla prima capigruppo utile.

Una Forza Italia divisa s’inchina a Salvini

Tutto a posto, dunque? Neanche per sogno perché spesso la politica somiglia a una coperta troppo corta. E il rischio è sempre quello di lasciare una parte scoperta. Se una pezza sul buco della compattezza della coalizione è stato messo, la voragine rischia ora di aprirsi in Forza Italia, il partito più in difficoltà, lacerato com’è tra le certezze dei falchi e i dubbi delle colombe. Che tra gli “azzurri” la tensione sia alle stelle, lo testimonia anche il “giallo” sulla posizione di Brunetta al momento della “chiama” sulla mozione di sfiducia. Secondo gli uffici della Camera, il capogruppo forzista era in aula e ha votato. «Gli uffici correggano l’errore. Non ero in aula e non ho votato sulla sfiducia», controbatte lui. Un episodio che in tempi normali sarebbe passato quasi inosservato, ma che ora è in grado di scatenare infinite polemiche tra i berlusconiani, soprattutto se il bersaglio prescelto è uno come Brunetta, indiziato numero uno nel rovescio subito dal partito sull’elezione dei giudici costituzionali. Il disagio investe anche esponenti non di primissimo piano, come la deputata Elena Centemero, che su Fb urla il suo «no» a direzioni politiche «fatte dai soliti noti». Al momento, però, il problema di Berlusconi non è quello delle «facce» da cooptare in una ipotetica direzione ma quale linea politica adottare. Perché una cosa appare chiara. Salvini e Meloni una direzione ce l’hanno. Lui no.