Buffon campione anche fuori dal campo. Salva la Zucchi e mille operai

Un esempio come pochi altri. Tra tanti imprenditori, proprietari di marchi di successo, di quelli che hanno fatto la storia del Made in Italy, e  che poi, in piena congiuntura economica, colpiti e abbattuti dalla Grande Crisi e messi fuori gioco dalla concorrenza cinese e dalla smania di shopping delle multinazionali senza volto e senza cuore, si sono mostrati lesti nel cedere il marchio, sigillo di una trascorsa epopea industriale, ma ancora in grado di far cassa e rimettere a posto il conto di famiglia, trovarne uno, che, peraltro, pur non avendo alle spalle una storia di imprenditore, ci mette la faccia e i soldi per salvare  una azienda prestigiosa e non mandare sul lastrico i dipendenti, è davvero cosa rara. Se poi la persona in questione si chiama Gianluigi Buffon e l’azienda è la Zucchi (mille dipendenti e un deficit consolidato da far tremare i polsi) andrebbe scritto un romanzo. Se non altro per infondere coraggio in chi il coraggio non ha e immettere un po’ di fiducia nello sconsolato panorama attuale. Intendiamoci, non siamo così ingenui da pensare che il capitano della Juventus e della Nazionale abbia investito i suoi risparmi nella Zucchi per pura beneficenza. Nel 2009 l’azienda mostrava ancora margini di crescita. E il portierone aveva deciso di comprare una quota minoritaria di quelle azioni, il 2 per cento. In seguito, però, la situazione è cambiata radicalmente. La Zucchi è entrata nella lista nera della Consob, cumulando debiti e mettendo a rischio i mille posti di lavoro.

Buffon: ho perso soldi ma non volevo lasciare a casa mille persone

Diciamola tutta: Buffon, se avesse voluto, avrebbe potuto defilarsi. Magari ci sarebbe stato un po’ di trambusto. Lo scotto che si paga alla notorietà. Ma non lo ha fatto. Anzi, per tenere in piedi la Zucchi ha sostenuto due aumenti di capitale, salendo fino al 56,3 per cento. In pratica, l’unico della società a mettere mano al portafoglio. E sapete perché? Perché, raccontano gli amici, non voleva lasciare senza lavoro gli oltre mille dipendenti dell’azienda tessile. Una operazione che in cinque anni gli è costata 20 milioni. Grazie a quella operazione, la settimana scorsa la Zucchi ha ottenuto un accordo di ristrutturazione del debito bancario che ha aperto la strada all’ingresso dei francesi del fondo Astrance Capital. I francesi, con un aumento di capitale di 10 milioni, ora controlleranno l’azienda, tramite una nuova società. E Buffon diventerà azionista di minoranza. Morale: magari Buffon è stato mal consigliato nell’investire i suoi denari, magari ha fatto male i calcoli immergendosi in una avventura industriale come questa, ma ha dimostrato di essere un campione anche fuori dal campo. Bruciare danaro per salvare un marchio storico della nostra industria e non lasciare senza stipendio migliaia di famiglie non è da tutti. Farlo rispetto ad una azienda dai ricavi in calo, con perdite accumulate negli ultimi anni per una quarantina di milioni, capitale eroso e debiti bancari che superano gli 85 milioni, è un atto di coraggio. Da veri uomini e da imprenditori responsabili. Più importante del Pallone d’Oro, che pure Gigi avrebbe strameritato.