Trenta imprenditori di Bagheria contro il racket: «Pagavamo da sempre»

Dopo decenni di silenzio 36 imprenditori di Bagheria – splendida città di ville barocche raccontata al mondo da Giuseppe l’ornatore – hanno denunciato i loro estorsori. Ventidue presunti mafiosi sono stati raggiunti da ordine di carcerazione su richiesta della Procura antimafia. Di essi, 17 erano già in carcere dallo scorso armo per reati analoghi. Cinque sono stati ammanettati nella notte dai carabinieri. Alle indagini un contributo è giunto anche da un killer pentito, Sergio Flamia, che tra l’altro si è accusato di una quarantina di delitti.

In 36 scardinano il muro dell’omertà su decenni di racket: nel mirino ventidue mafiosi

Su Twitter il premier Matteo Renzi ha subito commentato: «Grazie al coraggio di chi rifiuta ricatti, grazie a carabinieri e inquirenti. Bagheria non è cosa loro». Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha ringraziato il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette per il lavoro m profondità svolto dai militari dell’Arma a Palermo e a Bagheria. L’operazione ha suscitato emozione anche in una grande figlia della cittadina. «La minoranza antimafia- ha commentato Dacia Marami- sta diventando maggioranza».

Una cinquantina i casi di estorsione documentati dall’indagine

Dove c’era un forte giro di denaro i boss bagheresi inviavano i loro esattori. Nel delineare m una conferenza stampa il contesto dell’operazione, il colonnello Salvatore Altavilla, comandan del Reparto operativo di Palermo, ha sottolineato come i 36 imprenditori che hanno denunciato abbiano pienamente ammesso di avere versato il pizzo. «Alcuni di loro – ha aggiunto l’investigatore sono stati sottoposti a vessazioni per anni. La loro denuncia è una breccia che ha aperto la strada per assestare un nuovo colpo a Cosanostra, segno che itempi sono cambiati e che imprenditori e commercianti finalmente si ribellano». Lo scorrere del tempo e il permanere del pizzo nonostante varie generazioni di boss si siano alternati a Bagheria è stato al centro dell’analisi del procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci: «C’è stata la staffetta, ogni boss ha passato il testimone al successore, mentre le vittime sono rimaste sempre le stesse». E proprio per documentare il«cancro» sino a ieri apparentemente inestirpabile del pizzo, agli atti viene ricostruita la storia di un imprenditore, Domenico Toia, che era miliardario già 30 anni fa e che è morto indigente per malattia nel 2013dopo avere denunciato il suo calvario. La mafia, ha messo a verbale, «mi considerava come la sua cassa privata».