Gli studenti del Sud in fuga dalle Università meridionali: crollo di matricole

Quando posa il proprio sguardo sull’università, la manovra che ha appena iniziato al Senato il proprio cammino parlamentare lo fa per sbloccare gli scatti dei docenti, in linea con il problematico “scongelamento” dei contratti per il resto del pubblico impiego, e per lanciare il nuovo piano straordinario di reclutamento dei ricercatori con le parole d’ordine ormai consuete di “merito” ed “eccellenza”. Nemmeno una parola, e quindi neanche un euro, vengono però spesi per una voce che riguarda da vicino studenti e famiglie: il diritto allo studio. Con questo silenzio, a dire il vero, la legge di Stabilità non si discosta troppo dalle manovre che rhanno preceduta, ma questa volta il fatto che borse di studio e simili nonfacciano nemmeno una comparsa nelle 88 pagine che compongono il testo spedito a Palazzo Madama rischia di fare più rumore del solito.

L’esodo degli studenti più massiccio si registra a Reggio Calabria con un -40%

A inquietare chi si occupa di università è infatti un fenomeno che negli ultimi anni si è gonfiato, e che con il rachitismo del diritto allo studio all’italiana è strettamente collegato: si tratta – spiega “Il Sole 24 ore” – del vero e proprio esodo di studenti dagli atenei del Sud, che hanno registrato un crollo nelle immatricolazioni. I numeri, tratti dall’anagrafe nazionale con cui il ministero registra ingressi e vita di ogni stu dente universitario, parlano chiaro.

Tra il 2011 e il 2015 l’università italiana ha perso nel suo complesso il 6,8% di immatricolati

Ma se al Nord la situazione è più o meno stabile (-0,99%) e registra tendenze in qualche caso spiegabili anche con le dinamiche demografiche, la flessione si concentra quasi integralmente nel Mezzogiorno, dove ha raggiunto il -14,5%, con punte del -40% a Reggio Calabria, del -31% alla Parthenope di Napoli e del -28,1% a Messina, mentre i primi segnali del nuovo anno accademico sembrano in linea con le tendenze generali qui riscontrate, Tutti i confronti europei confermano che l’Italia continua ad avere meno laureati rispetto ai Paesi “pari grado” della Uè, e che il problema si intensifica a Sud in un circolo vizioso che alimenta i divari strutturali di competitivita.