Sentenza choc: picchia la moglie per 24 anni, ma per i giudici non c’è colpa

Dopo l’inaccettabile sconto di pena applicato sui vent’anni a cui era stato condannato in primo grado il muratore romano che ha riudotto in uno stato minimo di coscienza la fidanzata appena diciannovenne, all’elenco delle sentenze shok dei giudici si aggiunge adesso anche quella per cui una donna, vessata, picchiata e umiliata dal marito per quasi un quarto di secolo, al termine della causa di separazione si vede costretta ad aggiungere, al danno delle ferite fisiche e psicologiche, anche la beffa del verdetto: per un tribunale, infatti, la vittima non ha diritto al mantenimento da parte dell’ex coniuge.

Picchiata dal marito: per i giudici non ha diritto al mantenimento

Proprio così: poichè ha «tollerato» le botte del marito per 24 anni senza mai denunciarlo – (magari per paura? Magari nella speranza di un cambiamento mai arrivato? Magari per debolezza?) – al termine della causa di separazione alla sventurata donna non è stato riconosciuto dai giudici il diritto al mantenimento a cui veniva chiamato  in aula l’ex coniuge violento. A stabilirlo –  secondo quanto anticipato dalla Stampa e dal Secolo XIX – il tribunale di Genova che, solerte nell’applicare la legge e le sue algebriche – incomprensibili – ingiustizie disseminate in codicilli e teoremi normativi, ha pensato bene di punire – giuridicamente è chiaro – la moglie vessata.

La sentenza choc dei giudici di Genova

Un’ulteriore “botta”, per fortuna stavolta solo economica e morale, quella inferta alla donna dai giudici del tribunale ligure che, pur avendo creduto a quanto raccontato dalla vittima in aula riguardo pugni, calci, spintoni e offese subìte negli anni, hanno stabilito, secondo quanto riportato, come e perché non ci sia un nesso di causalità diretto tra i maltrattamenti e la separazione a causa della tardiva decisione dell’addio. Se la moglie, viene spiegato, ha tollerato per 24 anni le percosse, le minacce e gli insulti, questi non possono essere la causa del divorzio. Perché? Ma perché ha tollerato troppo… Ha subito a lungo, e dunque, deve essere “punita” anche legalmente? Del resto, non ha fatto eccezione – o aperto un minimo spiraglio alla possibilità di una sentenza favorevole – neppure la documentazione delle botte incassate nel tempo, resa dalla vittima con tanto di referti degli ospedali dove è stata ricoverata più volte per la violenza degli attacchi subiti. No, le prove non sono state sufficienti, e non è bastato nemmeno sottolineare il coraggio avuto dalla donna nel lasciare la casa e trovare rifugio in una comunità protetta quando la disperazione ha potuto più del dolore, della paura, della mortificazione. Sentimenti provati a lungo sulla propria pelle dalla donna che ha finalmente potuto sentirsi libera di decidere solo quando il marito è finito in galera. Sentimenti che oggi, questa sentenza, le riporterà di sicuro prepotentemente a galla…