Il Pd e la verginità perduta. “Noi con Marino neanche un caffè…”

Marino e il Pd travolti da un insolito destino in cerca di verginità politica. La ricreazione è finita. Per quanti sorrisi possano esibire, gli scolaretti del Nazareno sono a lutto perché sanno che è tempo di mettersi sui libri e studiare sodo. La leggenda metropolitana che per mesi e mesi ha raccontato di un sindaco, Ignazio Marino, lontano anni luce dal suo partito, il Pd, e di un partito, il Pd, tenuto in sacco da un sindaco straniero è puro divertissement. Le ultime schermaglie fino alla farsa delle dimissioni hanno fugato gli ultimi dubbi sul rapporto tra Marino e il partito di Renzi: i due sono la stessa cosa. E oggi fanno finta di litigare per recuperare uno straccio di verginità reciproca agli occhi dei cittadini della Capitale.

Marino e il Pd

Il chirurgo naif  prestato alla politica, costruito in laboratorio dal geniale Goffredo Bettini, è perfettamente organico al partito che lo ha espresso e per il quale ha superato la prova delle primarie a sindaco. Ed è per questo che il Pd capitolino (pur tra molte traversie) in questi due anni ha avuto il pieno controllo dell’amministrazione della Capitale con la maggioranza dei consiglieri eletti e un numero considerevole di assessori. I romani lo sanno benissimo, per quanti sforzi faccia Orsini nel prendere le distanze dalla drammatica stagione di Marino nella speranza di ritrovare un briciolo di dignità da portare in dote in campagna elettorale. Così a qualche mese dal voto, Marino gioca a fare l’agnello sacrificale della cattiva politica e il Pd si atteggia al grande partito moralizzatore che fa fuori un suo uomo per il bene della città. Balle.

Le balle del sindaco

«Quello che è avvenuto è molto chiaro: dei consiglieri di una maggioranza nuova, non quella che mi ha supportato dal momento delle elezioni, una maggioranza fatta da consiglieri del Partito democratico con le liste della destra, si è riunita dal notaio e, senza un dibattito pubblico, ha deciso di dimettersi e in questo modo far cadere Giunta, Consiglio e sindaco. Questo è il fatto, non c’è altro da raccontare». Con raro spregio del ridicolo Marino insiste con la favoletta metropolitana dell’uomo senza macchia e senza paura per spiegare la débacle che ha portato alla decadenza della sua giunta. «Io non sono preoccupato per me stesso, ma per Roma e per la democrazia nel nostro paese. Ne ho parlato ieri con Giovanni Floris a “dimartedì”», si legge nell’ultimo commento postato sulla sua bacheca Facebook. Un misto di pena e tenerezza, come a guardare le immagini dei suoi pochi fan che si sono dati appuntamento sotto il tribunale di piazzale Clodio per la prima udienza di Mafia Capitale.

Le balle del Pd

Ma i campioni di balle restano gli esponenti del Pd, costretti in queste ore a far finta di non aver mai conosciuto il sindaco marziano, costretti a negare l’evidenza per non rischiare di scendere sotto la soglia fatidica del 20 per cento nei consensi elettorali. E Matteo Renzi lo sa bene. Non a caso da Cuba (alla vigilia del ritiro annunciato delle dimissioni di Marino) mandava a dire ai suoi: «Adesso basta  giocare su Roma. Mi era stato garantito che, al ritorno, non avrei più trovato Marino sindaco. Il caso va chiuso… Altrimenti mando a casa tutti». Tolto di mezzo il “samurai del Campidoglio” dallo scontrino facile, adesso per il Pd c’è da pedalare in salita per ritrovare un po’ di decenza e di feeling con i romani che non credono alla balla della discontinuità. Ma soprattutto per trovare un candidato che possa negare l’evidenza, per la serie “noi con Marino neanche un caffè”.