Parigi, un ventenne francese e forse una donna fra i terroristi della strage

I testimoni raccontano che erano molto giovani e di carnagione bianca, sui 25 anni. E che sparavano con calma e determinazione, senza che una particolare emozione trasparisse dai loro volti. Si lavora alacremente ora per dare un nome a quei volti. E la prima brutta sorpresa nella strage di Parigi è che non sono fantasmi arrivati dal nulla: uno dei kamikaze che hanno sparato al Bataclan di Parigi, il secondo identificato attraverso le impronte digitali, è francese. Un ragazzo di appena 20 anni, essendo nato nel 1985. E, soprattutto, era già noto ai servizi di sicurezza francesi e schedato per la sua vicinanza con gli ambienti islamici più radicali e ritenuti a rischio. Era nato nella banlieue parigina, a Courcouronnes. Una delle tante banlieue di Parigi che scoppiano di immigrati – spesso arrivati dai territori d’Oltremare dove il colonialismo francese ha lasciato il segno – gonfie di contraddizioni e di rabbia contro la Grandeur tenuta dentro a fatica. Si raccolgono tutti gli elementi possibili che possano portare, attraverso la ricostruzione del profilo degli attentatori, a una ricostruzione non tanto della dinamica dell’attentato di Parigi, quanto della reale provenienza del rischio. Consapevoli, come sono i francesi in queste ore, di aver allevato in casa una generazione di immigrati che odia la Francia, i francesi e la Grandeur come concetto di superiorità razziale.

Passaporto siriano ed egiziano vicino ai cadaveri dei kamikaze di Parigi

La caccia frenetica all’identità dei terroristi di Parigi, in una gara contro il tempo che dovrebbe restituire alla Francia, scossa e piegata, il controllo della vicenda, va a sbattere contro quei passaporti ritrovati accanto ai resti degli attentatori morti suicidi nelle strade di Parigi: un passaporto siriano e un altro passaporto egiziano, in quest’ultimo caso vicino al cadavere dilaniato di uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere davanti allo Stade de France di Saint-Denis.
Otto in tutto i terroristi morti nei diversi luoghi degli attacchi – sei dei quali si sono fatti esplodere con una cintura esplosiva – ma c’è chi, come il procuratore Molins, che ritiene vi posano essere altri terroristi probabilmente in fuga. Quattro terroristi sono morti durante l’irruzione della polizia per liberare gli ostaggi al Bataclan, tre si sono fatti saltare con la cintura esplosiva, uno è stato ucciso dagli agenti. Altri tre kamikaze si sono fatti saltare davanti allo Stade de France, provocando la morte di tre passanti e numerosi feriti gravi. Un ottavo terrorista, secondo la Procura, è stato ucciso a boulevard Voltaire, nei pressi del Bataclan.

Parigi, una donna non armata accanto ai terroristi di Parigi

Alcuni testimoni della strage della sala da concerti Bataclan hanno anche affermato con grande sicurezza di aver visto una donna nel commando dei quattro terroristi all’origine dell’azione. Secondo la radio Europe 1, una coppia di spettatori presente al concerto si dice certa di aver visto i terroristi e, con loro, quella donna. Sono stati ascoltati per tutta la notte dalla polizia, fino alle 6 del mattino, ed hanno fornito informazioni definite preziose dagli investigatori. La madre della donna interrogata ha riferito alla radio che sua figlia «dice di aver visto una donna. A un certo punto si è trovata di fronte ai terroristi, ha visto la donna che era da una parte. Non era armata». Uno degli uomini, continua la madre della teste, «era giovane, un uomo di 30 anni, con una barba di tre giorni e di tipo europeo».
Altre testimonianze raccontano di come gli attentatori, che parlavano un francese perfetto, sparassero raffiche brevi, senza mirare, con un controllo dell’arma che fa immaginare un certo addestramento. «Ricaricavano le armi e ricominciavano a sparare. Sparavano con gli Ak47 a colpo singolo, 3-4 alla volta, tutti ben mirati, sembravano soldati delle forze speciali».

L’ex-capo dell’antiterrorismo: giovani emarginati, frustati e non integrati

«Le informazioni che giungono attraverso i media ci dicono come gli attentatori di Parigi fossero tutti giovanissimi. E’ possibile – analizza il prefetto Carlo De Stefano, ex-capo dell’antiterrorismo italiano – che si tratti di giovani emarginati che hanno vissuto situazioni di disagio, di difetto di integrazione e di frustrazione, che sono desiderosi di trovare un riscatto ed hanno deciso di aderire a formazioni jihadiste che considerano liberatorie di tutte le loro frustrazioni».
«Una volta deciso di rispondere alla chiamata, non necessariamente personalizzata, che viene dai predicatori e da coloro che fanno proselitismo – prosegue De Stefano – l’addestramento all’uso delle armi non è difficile da attuare. Molti di loro riescono a raggiungere i campi di addestramento esistenti in imprecisati paesi (come quelli di Al Qaeda in Afghanistan ed in Iraq), ma ormai non ci si stupirebbe se si scoprissero centri di addestramento “militare” anche nei paesi europei».
«Del resto – aggiunge l’ex-capo dell’antiterrorismo italiano – si è più volte visto come sia facile istruirsi attraverso il web sul confezionamento di materiale esplosivo utilizzando prodotti chimici facilmente reperibili».
Sulla base della sua lunga e importante esperienza antiterrorismo De Stefano sottolinea come si «difficilissimo e complicato contrastare questo tipo di terrorismo che pianifica e compie azioni proditorie sfruttando la sorpresa ed attaccando gli obiettivi più vari e diffusi. Lo scopo è unicamente quello di seminare terrore. L’unica attività di contrasto valida – dice ancora De Stefano – è quella che viene attraverso la prevenzione, che vuol dire osservazione scientifica, costante ed ininterrotta, delle realtà sul territorio, unitamente al monitoraggio continuo del web».