Palermo, crolla il muro di omertà su 20 anni di estorsioni: 22 arresti fra i clan

Alla fine il muro di omertà è crollato. Ma ci sono voluti vent’anni, durante i quali le cosche palermitane hanno spadroneggiato estorcendo soldi a imprenditori e commercianti. Una situazione incredibile che è andata avanti come se nulla fosse nel silenzio generale fino a ieri, quando sono scattati gli arresti – 22 le misure cautelari, diciassette delle quali notificate a persone già in carcere per altri reati – che hanno mandato al tappeto i clan del mandamento mafioso di Bagheria, accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona e danneggiamento a seguito di incendio. Cinquanta le estorsioni che chiamano in causa i boss che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del clan esercitando una soffocante pressione estorsiva.
Grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del “pizzo” è stato possibile tracciare la mappa del racket. E’ emerso che gli estorsori colpivano a tappeto: dall’edilizia a ogni attività economica locale che portasse guadagni. E, dunque, negozi di mobili e di abbigliamento, attività all’ingrosso di frutta e di pesce, bar, sale giochi, centri scommesse. Non c’era un’attività che sfuggisse allo stretto controllo dei clan: «trentasei imprenditori hanno ammesso di avere pagato il pizzo. Alcuni di loro sono stati sottoposti a vessazioni per anni. E’ la breccia che ha aperto la strada per assestare un nuovo colpo a Cosa nostra, segno che i tempi sono cambiati e che imprenditori e commercianti finalmente si ribellano», racconta, soddisfatto, il colonnello Salvatore Altavilla, comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Palermo.
Il caso più clamoroso è quello di un imprenditore che ha cominciato a pagare in lire – 3 milioni al mese – alla “famiglia” mafiosa di Bagheria. Vent’anni di minacce e soprusi a cui l’imprenditore bagherese ha deciso finalmente di ribellarsi.
Per accontentare le richieste dei boss, prima di trovare il coraggio per denunciare i suoi aguzzini, l’uomo è finito sul lastrico e ha dovuto chiudere l’attività.
La vittima ha scelto di denunciare dopo anni di silenzio. Con lui altri 35 commercianti e imprenditori: una ribellione che segna una svolta nella lotta a Cosa nostra.
L’indagine, coordinata dalla Dda di Palermo, è il seguito di un’altra operazione messa a segno contro le cosche della cittadina alle porte del capoluogo, per anni feudo e rifugio, in latitanza, del padrino di Corleone Bernardo Provenzano.
Fondamentali per ricostruire gli assetti del clan le dichiarazioni del pentito Sergio Flamia. Tra le “ordinarie” storie di violenza, scoperte dai carabinieri, anche quella che vede protagonista un funzionario comunale dell’Ufficio tecnico di Bagheria che avrebbe avuto contrasti con la cosca legati alla lottizzazione di alcune aree. Cosa nostra, nel 2004, gli ha incendiato la casa e sequestrato un collaboratore domestico.