Muccino osa criticare Pasolini: «Pessimo regista». Linciato sul web

Guai a criticare il mostro sacro Pasolini. Guai a dire che, sarà pure stato un grande poeta, ma che con la macchina da presa non ci sapeva fare. Il regista Gabriele Muccino c’ha provato. In un post su Facebook ha scritto che PPP era un «non regista» e che non ha certo elevato  la qualità del cinema italiano. Mal gliene incolse. Sul web è subito partito il linciaggio dell’incauto critico. I riflessi condizionati del conformismo italico sono scattati a razzo. Come si permette questo Muccino di parlar male del sommo poeta? È l’ennesima riprova che in Italia il dibattito culturale è morto da un bel pezzo. E che personaggi come Pasolini non possono essere giudicati nelle loro diverse sfumature. Bisogna parlarne solo per dirne tutto il bene possibile.

Ma vediamo,in particolare, che cosa ha detto Muccino: «Ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto. Anzi, semplicemente un “non regista” . Uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un  punto di vesta meramente cinematografico sulle cose che raccontava in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima. Ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell’epoca (altissimo sia in Italia che nel resto del mondo)». Un giudizio certo duro, se non brutale. Però all’epoca erano in molti a pensarla così, non certo presso l’establishment intellettuale, ma  tra il pubblico. Nell’opinione comune i film di Pasolini erano “brutti”, noiosi, ostentatamente e fastidiosamente “naif”. Una inquadratura poetica annegava in un mare di bruttezza, lentezza, laidume compiaciuto.

Criticare il Pasolini regista non vuole certo dire demolire il Pasolini poeta e intellettuale, né misconoscere il valore delle sue provocazioni intellettuali, come quando si schierò dalla parte dei poliziotti aggrediti nel ’68 dai contestatori. Il fatto è che le visioni problematiche sono bandite nell’Italia odierna, dove il vecchio conformismo della sinistra intellettuale è stato sostituito dal neoconformismo della desertificazione culturale, della celebrazione esagerata e corale (come in occasione, nei giorni scorsi,  del quarantennale della morte del poeta), della banalità virale. Nell’Italia in cui non nascono più grandi registi, grandi poeti, grandi scrittori e, appunto, grandi registi è proibito parlare male dei mostri sacri del passato. L’Italia della retorica celebrativa scivola nell’insignificanza culturale. E pensa pure di essere una società evoluta.