Mafia Capitale, atti desecretati: il Comune andava sciolto. Accuse a Marino

Il consiglio comunale di Roma, fortemente infiltrato dalla struttura denominata dai pm “mafia Capitale”, doveva essere sciolto e Ignazio Marino non era in grado di opporsi al condizionamento del sodalizio illegale. Sono conclusioni molto dure, cui giunse la commissione nominata dall’allora prefetto Pecoraro subito dopo che era venuta a galla l’inchiesta di mafia Capitale. 853 pagine, ora desecretate, in cui leggiamo che gli organi deliberativi del Comune erano asserviti alla “trama corruttiva” al punto che i presidi di legalità dela città di Roma erano gravemente compromessi. Il Comune era inquinato al punto da produrre atti caratterizzati da una profonda mala gestione e da “una continua violazione delle procedure di legge con aggravio di costi e inefficienze”. Di qui la richiesta di scioglimento del consiglio comunale tanto più che Ignazio Marino aveva sottovalutato il pericolo di “contagio mafioso”. Inoltre i commissari descrivono la “parabola” di Marino agli occhi del sodalizio. Prima lo temono parlando di “sindaco ostile”, e addirittura ne auspicano la caduta: “dovrebbero fallo casca”. Poi cercano l’aggancio, “ce pigliamo le misure con Marino”, ed infine arrivano ad una convivenza e addirittura si augurano che l’amministrazione possa proseguire fino alla scadenza naturale: “Se resta sindaco altri tre anni e mezzo col mio amico capogruppo ce mangiamo Roma”. Parole che demoliscono la leggenda che vorrebbe fare di Marino un “paladino” dell’antimafia e che confermano che il duo Renzi-Alfano non ha voluto prendere di petto la vicenda optando per il mancato scioglimento del Comune e impedendo il ritorno dei romani alle urne. Quando Alfano, in qualità di ministro degli Interni, ricevette queste conclusioni, anziché sciogliere il Comune, commissariò la città con l’invio del prefetto Gabrielli, condannando la Capitale all’agonia e determinando le basi per il successivo braccio di ferro con il sindaco Marino. Le conclusioni furono presentate pochi mesi dopo la notizia dell’inchiesta, che deflagrò nel dicembre 2014. C’era tutto il tempo per tornare a votare e rinnovare la classe dirigente capitolina prima del Giubileo della misericordia che inizierà tra un mese.