Escort da Berlusconi: 7 anni a Tarantini. D’Addario non sarà risarcita

«Non mi resta che il suicidio, ditelo». Così l’escort barese Patrizia D’Addario ha reagito, in modo disperato, alla sentenza di condanna di Gianpaolo Tarantini e Sabina Began in cui il Tribunale di Bari non ha riconosciuto alcun risarcimento dei danni alle parti civili, tra cui la stessa D’Addario. Fuori dall’aula la donna ha pianto a dirotto davanti alle telecamere spiegando che si aspettava un risarcimento dei danni. Nello specifico, il Tribunale di Bari ha condannato a 7 anni e 10 mesi Gianpaolo Tarantini e a 16 mesi Sabina Began (all’anagrafe Beganovich), “lAape regina” delle feste organizzate dall’ex premier Silvio Berlusconi. I due sono tra i 7 imputati del processo Escort accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere e prostituzione. Per Claudio Tarantini, fratello di Gianpaolo, è stata invece disposta l’assoluzione, come chiesto dall’accusa. Al pierre milanese Peter Faraone sono stati inflitti 2 anni e 6 mesi, a Massimiliano Verdoscia 3 anni e sei mesi. Assolti anche Francesca Lana e Letizia Filippi. Il Tribunale ha escluso la sussistenza del reato di associazione a delinquere. Il Tribunale di Bari ha trasmesso gli atti alla procura per l’eventuale esercizio dell’azione penale nei confronti di Silvio Berlusconi ai sensi dell’articolo 377 del Codice penale (intralcio alla giustizia).

Processo escort: condannata anche Sabina Began

Presenze chiave del processo le 26 giovani donne portate da Tarantini nelle residenze dell’allora premier Berlusconi tra il 2008 e il 2009. Sette gli imputati, accusati a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al reclutamento, induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Tra gli altri Gianpaolo Tarantini, per il quale l’accusa aveva chiesto la condanna a otto anni, e Sabina Beganovic (in arte Began), l’Ape regina dei party berlusconiani, per la quale sono stati chiesti tre anni. La questione di legittimità costituzionale della legge Merlin era stata sollevata nella penultima udienza dall’avvocato Ascanio Amenduni, difensore di Verdoscia (per il quale sono stati chiesti sei anni assieme al pr milanese Peter Faraone). All’eccezione si è associato il legale di Gianpaolo Tarantini, Nicola Quaranta. I penalisti hanno chiesto al Tribunale di sollevare la questione laddove ritenesse di condannare Verdoscia, con riferimento alla parte in cui quella legge punisce la “prostituzione volontaria”. Per i due legali, infatti, «le donne che andavano a Palazzo Grazioli lo facevano per un proprio tornaconto, per una propria utilità. Lo stesso Berlusconi non pagava, ma faceva regali. Pagare avrebbe significato un crollo della propria autostima». I penalisti ritengono quindi che «l’evoluzione dei costumi abbia ormai superato una legge datata 1958. Oggi – aveva detto Amenduni – il bene violato non è più il pubblico pudore ma la libertà di autodeterminazione delle donne». Per il pm, invece, la legge Merlin punisce e contrasta ogni forma di intermediazione di ogni tipo di prostituzione. Gli altri imputati a giudizio erano: Claudio Tarantini, fratello di Gianpaolo, per il quale la pubblica accusa ha chiesto l’assoluzione; Francesca Lana, per la quale sono stati chiesti 18 mesi e Letizia Filippi, per la quale è stata invocata la condanna a 2 anni.