Embrioni fai da te? Ora si può. I giudici hanno smantellato la legge 40

La legge 40? Ormai è forse il poderoso esempio di come i tribunali possano smantellare una legge dello Stato. Dopo l’ultima sentenza della Cassazione, che ha eliminato il divieto assoluto di selezione degli embrioni, resta davvero poco dei paletti iniziali che il legislatore volle porre alla pratica della procreazione medicalmente assistita. Così poco che la stessa legge risulta di fatto stravolta.

Tutte le modifiche dei giudici alla Legge 40

Giudici di ogni livello sono intervenuti sul testo iniziale ben 37 volte, rispondendo a ricorsi arrivati da singoli o da associazioni e cancellando alcuni passaggi qualificanti il dettato iniziale. Restano ancora in piedi il divieto di accesso alla fecondazione assistita per single o coppie gay, il divieto di utilizzare uteri in affitto e il divieto di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica. Ma almeno due di questi paletti sono già sottoposti a tentativi di smantellamento: quello su single e coppie gay e quello sulla ricerca scientifica, oggetto di un ricorso per il quale è stata già fissata un’udienza in Corte costituzionale per il 22 marzo 2016. Già caduti, invece, sono il divieto di produrre più di tre embrioni, l’obbligo di impianto contemporaneo di tutti gli embrioni prodotti, il no alla diagnosi preimpianto, il divieto di eterologa e quello di accesso alla procreazione medicalmente assistita delle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche. Quest’ultimo si collega direttamente alla sentenza della Corte costituzionale di questi giorni, quella che ha dato il via libera alla selezione degli embrioni nei casi in cui ci sia un rischio di trasmissione di malattie genetiche riconosciute come gravi secondo i criteri fissati dalla legge sull’aborto.

I nodi irrisolti della selezione degli embrioni

Quella della selezione degli embrioni è una questione estremamente controversa, non solo dal punto di vista etico. Per alcuni quel divieto era disumano e antiscientifico e in contrasto con il diritto delle coppie ad avere un figlio sano. Per chi invece lo sosteneva il suo abbattimento è un passo in più nella «cultura dello scarto» e il biglietto di ingresso dell’eugenetica nelle pratiche avallate dal nostro Stato. Si tratta di posizioni in netto contrasto tra di loro, ma ciascuna con una sua coerenza interna. È invece sul piano giuridico che la sentenza finisce per essere in contrasto con se stessa e per creare un corto circuito. A soffermarsi prima di tutto su questo aspetto “tecnico” – che certo, poi, porta anche a questioni etiche – è l’analisi di Avvenire, che si concentra sulla seconda parte della decisione dei giudici costizionali, quella che dice che resta il divieto di soppressione degli embrioni, anche nel caso risultassero malati.

Per “Avvenire” la Consulta crea un corto circuito

Nella sentenza, sottolinea Avvenire, all’embrione umano è riconosciuto un «grado di soggettività correlato alla genesi della vita», che lo eleva dalla definizione di «mero materiale biologico». È per questo, di fatto, che non può essere distrutto. «Non possiamo però non chiederci – è la riflessione di Avvenire – come pur questo apprezzabile riconoscimento all’embrione umano, presente nella sentenza, sia coerente con l’autorizzazione di una procedura (la crioconservazione senza ragionevole prospettiva di ripresa di sviluppo) che interrompe proprio la “genesi della vita” di un individuo umano. Uno di noi, anche se – è la conclusione del commento -“scartato”».