De Luca-show, scarica il portaborse e giura: nessuna questione morale nel Pd

L’archivia come un errore del suo collaboratore per colpa delle leggi italiane. E giura di non saper e nulla trincerandosi dietro al modello Scajola. Minimizza. Ma promette di gettare olio bollente in testa a chi lo assedia. Giura di essere calmo come al solito e dispensa consigli ai suoi collaboratori per rimanere sereni mentre infuria la bufera. Ma poi minaccia battaglia a tutto campo. Lancia battute e poi va in collera. E cerca di appigliarsi al Pd, il suo partito, come farebbe uno che sta affogando con una ciambella di salvataggio in mezzo al mare in burrasca. E’ l’immagine di un ipercollerico che cerca di tenere a stento a freno la sua rabbia quella di Vincenzo De Luca, raggiunto da un’avviso di garanzia per concussione per la vicenda relativa al giudizio del Tribunale di Napoli sulla legittimità della sua elezione a presidente della Regione Campania in ordine alla normativa Severino.
Ecco una selezione delle sue perle lasciate cadere nelle interviste e nelle conferenze stampa dove sembra non esserci De Luca ma Crozza travestito da De Luca.
La magistratura? «Vada avanti senza guardare in faccia a nessuno perchè mi considero parte lesa».
La sua versione? «E’ non so niente, di niente e di niente. Mi sono svegliato e trovato sulle pagine di tutti giornali», assicura imitando Scajola.
Le accuse? «Probabilmente qualcuno aveva voglia di fare un po’ di millantato credito». Quanto al fatto di non aver detto che era indagato, De Luca ha una risposta davvero straordinaria anche per questo: era «mio dovere un atteggiamento di riserbo della vicenda».
Giura di non avere problemi di tensione: «Rassereniamo chi ci ascolta, se li avessi avuti per tutte le vicende di questi anni sarei già al Creatore». Detto in una città come Napoli che fa della superstizione una forma di religione c’è da credergli.
Ma il meglio, De Luca, lo dà quando parla del suo collaboratore, Nello Mastursi – stesso caratterino furente del boss – ex-capo della segreteria del governatore campano che avrebbe, secondo la vulgata, abbandonato ufficialmente la poltrona per eccesso di superlavoro. Una spiegazione che faceva acqua da tutte le parti. E poi, infatti, è arrivata la tegola dell’inchiesta romana.«Sicuramente è stato un comportamento sbagliato ed infatti (Mastursi, ndr) non c’è più», spiega in un eccesso di semplificazione De Luca per giustificare il fatto che il suo braccio destro non lo aveva avvisato di aver subìto una perquisizione. Di più. A Mastursi venne sequestrato il cellulare. E ora De Luca giura che tracannò tutta d’un sorso, senza farsi domande, la spiegazione frettolosa del suo collaboratore più importante: «chiesi conto a Mastursi e lui mi disse che erano fesserie. Non so se dietro c’è qualcosa di grosso per quello che mi riguarda non c’è nulla quelli che collaborano sanno che chi sbaglia è colpevole tre volte», dice autoassolvendosi. Poi il passaggio sull’avvocato Guglielmo Manna, il marito della giudice Anna Scognamiglio che doveva vergare la sentenza su De Luca: «di questo signore non mi ha fatto cenno nessuno. Nessuno mi ha mai parlato di questo signore Manna».
Sta di fatto che, come hanno ricostruito gli investigatori, il giudice Scognamiglio chiamò subito suo marito, Guglielmo Manna e lo avvertì: «è fatta». La micidiale mossa successiva fu quella di Manna che avvertì lo staff di De Luca. E poi si mise in fila per questuare il posto che andava chiedendo. Tanto da raccontare per filo e per segno alla moglie il colloquio che aveva avuto proprio in ordine a quella poltrona.
De Luca s’infuria su questo. Non con il suo collaboratore, ma con i giornalisti: «Credo che stiamo arrivando all’assurdo. Mastursi sapeva prima della sentenza? Quello che ha saputo non lo so, al massimo avrà saputo dagli avvocati che sanno un po’ prima quello che succede. Stanno costruendo una montagna…». E scarica l’ex-portaborse: «Non è Winston Churchill, né Cavour. E’ una persona che fa il suo lavoro come tante. A volte bene, a volte male».
Quanto a Manna, «la mia lettura di questa vicenda? Penso che questo signore sia uno dei mille cittadini che si vanno a proporre per avere incarichi. Non puoi fare il prelievo di sangue – dice De Luca in un soprassalto di garantismo – a tutti quelli che richiedono un incontro, così si espone ad un rischio permanente ma se non lo fa ti dicono che ti chiudi in una torre d’avorio».
A chi gli chiede se abbia sentito Renzi, De Luca replica infastidito e senza accorgersene, con gli stessi argomenti di Ignazio Marino: «So che sta a Malta. Sono pienamente autonomo, non sono adottato da nessuno, sono capace di intendere e volere da solo. Mica stiamo gestendo i panettoni di Natale, mica siamo una famiglia che ci dobbiamo sedere a tavola. Io sono la Regione Campania – dice imitando Totò – con le mie responsabilità e i miei doveri». Ma il sospetto che Renzi voglia buttarlo a mare è forte. E De Luca si sente in dovere, pur con tutti i grattacapi che ha in questo momento, di difendere il suo (ex?)-partito: «E’ fuorviante e sbagliato dire che c’è una questione morale nel Pd. Ma quando mai?».
La cortesia gli viene restituita a stretto giro di posta da un imbarazzatissimo Orlando.  A chi gli chiede se è all’ordine del giorno una revisione della Legge Severino dopo gli ultimi sviluppi della vicenda De Luca in Campania, il ministro della Giustizia risponde: «in termini generali un tagliando è sempre necessario. Che ne emerga un’esigenza estrema dalle vicende in corso, no: la valutazione non va fatta solo guardando i casi che vanno in cronaca, ma anche analizzando statistiche alle mani». Insomma il Pd si prepara a tirare fuori dalla melma De Luca.
Che la faccenda finirà a tarallucci e vino lo dice anche la mossa del Csm. Che, finalmente, si sveglia e apre una pratica sul magistrato che ha salvato De Luca. E che, al massimo, rischia il trasferimento d’ufficio per incompatibilità. A un cittadino normale sarebbe andata molto peggio.