La classe operaia va in paradiso. Ormai Il nuovo operaio è «aziendalista»

C’era una volta la classe operaia. E c’era pure il contratto collettivo di lavoro, una sorta di Bibbia novecentesca, il cui rinnovo – negli anni ruggenti del conflittoa di classe – costituiva la “madre di tutte le battaglie”. Battaglie ideologiche, che miravano a cambiare più «il modello di sviluppo capitalistico-borghese» che le condizioni economiche degli operai o la qualità del lavoro lavoro in fabbrica. Certo, c’erano anche questi obiettivi nelle rivendicazioni sindacali, ma li trovavi pudicamente nascosti sotto il mantello della battaglia estrema, palingenetica, purificatrice contro «i padroni». È figlia di quel tempo la suggestione del salario come «variabile indipendente» dalla produzione e quindi dal mercato che negli anni ’70, con l’inflazione a doppia cifra, causò milioni di ore di sciopero. Era, quello, un mondo del lavoro rigidamente diviso in bianco e nero anche se a spadroneggiare nelle piazze era il blu delle tute e il rosso delle bandiere di partito, il cui estremo sussulto è scolpito nel volto tormentato di Enrico Berlinguer che dai cancelli della Fiat assicurava via megafono l’appoggio del Pci agli operai della Mirafiori. L’arringa del leader comunista segnò il tramonto di un’epoca cui seguì la marcia silenziosa dei “Quarantamila“, i quadri medi del colosso torinese, e nulla fu più come prima. Fu il primo reset della contrapposizione tra capitale e lavoro. Il resto lo hanno fatto l’innovazione tecnologica e la pressione selettiva della globalizzazione. Ora di quell’epoca resta davvero ben poco. Basta leggere, per convincersene, i risultati dell’indagine pubblicata proprio in queste ore da Federmeccanica e affidata alla supervisione scientifica di Daniele Marini. Che cosa è cambiato a cavallo tra il secolo attuale e quello precedente? Praticamente tutto: il lavoro, che non è più strumento dell’ideologia; gli operai, che hanno perso la loro specificità di classe per diventare «collaboratori» e per di più aziendalisti; e persino il «padrone», che ha perso il ghigno del “pescecane” per assumere i più rassicuranti connotati dell’imprenditore. Tre mutamenti epocali, che di certo hanno hanno accorciato le distanze nelle relazioni aziendali. Con il risultato che ora la battaglia è tutta spostata sulla contrattazione decentrata, quella della fabbrica e del territorio, mentre la trattativa tra le parti non si preoccupa più di cambiare il mondo ma le condizioni di vita e quelle economiche di chi lavora, secondo parametri di produttività e di merito. E pensare che c’è ancora chi sogna la lotta di classe.