La Cassazione conferma: in Sardegna è attiva una cellula di al-Qaeda

È pericoloso socialmente e potrebbe fuggire. La prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma il carcere per Sultan Wali Khan, 39 anni, capo della comunità pakistana di Olbia, accusato di far parte di una cellula terroristica legata ad Al Qaeda ed operante in Sardegna da dove – secondo l’accusa – il 28 ottobre 2009 avrebbe organizzato un attentato terroristico a Peshawar, in Pakistan, che causò oltre cento morti. Assieme ad altri, Khan è indagato per l’organizzazione dell’attacco, per la costituzione di un gruppo terroristico «espressione di fondamentalismo religioso» e per aver favorito l’immigrazione clandestina dal Pakistan.

Sultan Wali Khan sarebbe il capo di al-Qaeda nell’isola

L’arresto del presunto terrorista era stato convalidato dal gip il 2 aprile di quest’anno e confermato dal Riesame il 16 maggio. Nel ricorso il suo legale sostiene che le accuse siano basate su errori di traduzione delle intercettazioni, contestando pure la scelta degli interpreti. Khan, che da oltre vent’anni vive in Italia, viene descritto in una memoria difensiva come «filoccidentale» e collaboratore della questura su problematiche relative agli stranieri. Nelle motivazioni della sentenza, depositata proprio in queste ore, la Suprema Corte ha sottolineato che gip e riesame hanno considerato una «notevole messe di intercettazioni telefoniche ed ambientali» che attestavano la presenza di Khan a Peshawar il giorno della strage, ritenendole «estremamente chiare», in quanto «probanti della solidarietà religiosa» tra i coindagati nonché «della natura fondamentalista di tale sentire, della proiezione terroristica dei progetti» del gruppo.

Da Olbia a Peshawar per seminare terrore: oltre 100 morti

Nel merito del ricorso, la Cassazione ha obiettato che non è stato indicato «dove e perché le traduzioni impugnate sarebbero errate e mal eseguite e quale diverso senso dovrebbe essere dato alle medesime». Quanto alla personalità dell’indagato, secondo la Cassazione le intercettazioni evidenziano il «più abbietto integralismo religioso» e «una infaticabile attività illegale di favoreggiamento della immigrazione clandestina». «L’essere stato militante di Al Qaeda – sottolineano gli ermellini – come ipotizzato con qualche ragione indiziaria dalla pubblica accusa, rende il ricorrente espressione tipica, nei suoi livelli più elevati, della pericolosità sociale», inoltre «i comprovati contatti con funzionari corrotti del suo Paese e attivisti del fondamentalismo islamico illuminano intensamente il pericolo di fuga» palesato dai giudici di merito.