Birmania, vince San Suu Ky: il partito di governo ammette la sconfitta

Birmania al voto: lunghe file ai seggi, operazioni di voto monitorate da centinaia di osservatori stranieri e da migliaia di birmani; molta speranza e, ancora di più, una grande fiducia in un’affermazione elettorale della celebre politica birmana, attivista dei diritti umani e Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi. A questo punto, dunque, la vittoria dell’Nld è una certezza: il partito al governo del Paese (Usdp) ha ammesso la sconfitta alle elezioni di domenica nei confronti del partito all’opposizione (Ndl) guidato dalla donna: e a stigmatizzare il risultato del primo vero appuntamento al voto nazionale del popolo birmano dal 1990 ad oggi è, tra gli altri, un tweet dell’emittente nazionale cinese Cctv. Di più: nell’ex capitale Rangoon, ha annunciato la Commissione elettorale iniziando a diffondere i primi dati ufficiali, su 45 seggi da assegnare la Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi  – che ha votato domenica per la prima volta nella sua vita – ha conquistato 12 posti della Camera bassa del Parlamento, mentre il partito di governo Usdp (Partito di unione, solidarietà e sviluppo) non ne ha vinto nessuno.

Birmania al voto: trionfa il partito di Aung San Suu Kyi

Del resto, le voci che circolavano fin dall’inizio, è già a poche ore dall’apertura dei seggi lasciavano intendere con chiarezza che quello del partito all’opposizione in Birmania (Nld) guidato da Aung San Suu Kyi avrebbe avuto decisamente la meglio. Ma, a questo punto, è lecito parlare addirittura di vero e proprio trionfo elettorale dell’attivista birmana, con il suo Nld saldamente in testa con circa il 70% dei voti, e solo fino a questo momento. In base a quanto riferito dal portavoce del partito stesso, Win Htein, infatti, secondo i voti contati ad oggi, alla Lega nazionale per la democrazia sarebbe andato tra il 50% e l’80% delle preferenze su base nazionale. E del resto, il conteggio ufficioso ha mostrato da subito un netto vantaggio dell’Nld nei seggi dell’ex capitale Rangoon e di Mandalay, la seconda città più popolosa del Paese, tanto che, già domenica sera, una nutrita folla di sostenitori festeggiava quello che, di ora in ora, in Birmania viene celebrato come un successo elettorale senza precedenti. Non solo: in un’intervista a Democratic Voice of Burma, il capo del partito di governo Htay Oo ha ammesso di «aver collezionato più sconfitte che vittorie». La sua dichiarazione lascia qualche margine di ambiguità, dato che non è chiaro se vada riferita al risultato a livello nazionale o ad alcune realtà locali da lui menzionate precedentemente. Htay Oo ha comunque dichiarato a margine che il suo partito accetterà qualunque esito. Infine, va detto che anche se il partito di governo Usdp avesse preso meno voti della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi, un quarto delle due Camere del Parlamento è comunque riservato all’esercito, di fatto alleato con l’Usdp.

Lo scenario possibile del dopo-voto

Ma tant’è: pur nel timore concreto di possibili brogli nel conteggio delle preferenze e paventate interferenze future della vecchia guardia in caso di una vittoria di Suu Kyi, le elezioni – anche al di là del risultato – e che hanno visto un’affluenza alle urne registrata intorno all’80% – sono vissute dai più come l’inizio di una transizione politica ricca di cambiamenti e incertezze, anche se è ormai chiaro che i sostenitori di Aung San Suu Kyi si aspettavano una vittoria a valanga che avrebbe scardito assetti politici ed equilibri parlamentari. Al termine di una storica giornata elettorale, il primo voto nazionale libero dopo il mai onorato trionfo del partito della “Signora” nel 1990, migliaia di persone festeggiano davanti alla sede della Lega nazionale per la democrazia (Nld), che sognava di conquistare la maggioranza assoluta nelle due Camere del Parlamento. «Credo che vinceremo», aveva confessato alla folla festante il fondatore Tin Oo (88 anni), braccio destro di Suu Kyi. Prima e dopo il breve discorso dell’ex generale, i fan del premio Nobel per la Pace si sono radunati davanti al megaschermo che aggiornava in diretta sullo spoglio delle schede, tra boati per ogni voto assegnato all’Nld e mugugni di delusione per quelli andate all’Usdp del presidente Thein Sein. Nonostante alcuni disguidi con le liste elettorali, e degli aspiranti votanti impossibilitati a depositare la propria scheda, nell’ex capitale Rangoon e in altre città del Paese le operazioni di voto si sono svolte in linea di massima con regolarità, come certificato anche dagli osservatori Ue. Lunghe code, in alcuni casi quasi di 100 metri, si sono formate fin da prima dell’apertura dei seggi alle 6: alcuni elettori hanno dovuto aspettare ore in piedi, ma tutto si è svolto in un’atmosfera di composta pazienza, per poi mostrare con orgoglio il dito mignolo intinto nell’inchiostro viola come prova del voto.

Nuovi assetti in vista

Per mettere insieme i dati completi di un Paese da 51 milioni di abitanti, con infrastrutture e vie di comunicazione ancora molto arretrate, servirà però almeno una settimana. Il voto deciderà la composizione della Camera alta, della Camera bassa e dei vari consigli regionali. Dato che in ogni organo legislativo un quarto dei seggi è assegnato dalla Costituzione ai militari (di fatto alleati con l’Usdp), l’Nld dovrà confermare di aver conquistato almeno il 67% dei seggi per avere una maggioranza in Parlamento. Un compito chesulla carta sembrava difficile, ma che non è mai parso come impossibile, dato il sistema elettorale maggioritario. Dalle elezioni, in ogni caso, non uscirà immediatamente un governo. Si preannunciano mesi di trattative dietro le quinte, dato che le due Camere del Parlamento e l’esercito nomineranno – uno a testa – un tris di candidati per la carica di capo di stato. Il futuro presidente (che non potrà essere Suu Kyi, in quanto vedova e madre di cittadini stranieri) si sceglierà poi un governo, nel quale alcuni ministeri chiave – Difesa, Interni, Aree di confine – saranno comunque scelti dall’esercito. La probabile rivincita di Suu Kyi sui generali che l’hanno tenuta prigioniera in casa per 15 anni – durante i quali l’attivista birmana è entrata e uscita dagli arresti domiciliari, non potendo tra l’altro mai votare appunto – potrà quindi essere annacquata da un sistema concepito proprio per tenere a freno le sue ambizioni. In una giornata storica per la Birmania, dopo mezzo secolo di dittatura, per milioni di elettori sognare è tuttavia lecito.