E Vespa elogiò Mussolini: «Se Roma è una città europea, è solo grazie a lui»

Crepa Marino e vien fuori…il Benito. Doveva succedere, prima o poi. Troppi bus rotti, troppe buche per strada, insomma troppo vistoso il degrado della capitale e – diciamolo pure – troppo stretta la sponda politica del Tevere rispetto a quella, sempre più larga, del Vaticano per impedire che qualcuno rivolgesse lo sguardo sotto il Balcone trattenendo a stento un perentorio «Aridatece er Puzzone!». Ovviamente non esistono sondaggi al riguardo ma un certo fremito sottopelle deve pur scorrere tra i romani (e non solo) se un opinionista attento e scafato come Bruno Vespa ha sentito il bisogno di scrivere sul Mattino di Napoli (ma l’editoriale è stato ignorato dal capitolino Messaggero, a dispetto della sinergia tra i due quotidiani di Caltagirone) una roba persino banale nella sua abbagliante verità: chi ha modernizzato Roma, conferendole l’aspetto di una vera capitale europea è stato il Duce. «In meno di quindici anni – ricorda Vespa citando il fasciocomunista Antonio Pennacchi – Mussolini costruì 147 borghi e città. Bonificò le paludi Pontine e cambiò il volto della capitale, riportando alla luce il Foro Romano sommerso da casupole fatiscenti, costruendo interi quartieri modello, dai Prati della Vittoria all’EUR con strade così larghe che ci si campa ancora di rendita (…)». Che differenza con quelli venuti dopo. E infatti Vespa – che non è nostro collega al Secolo d’Italia ma l’uomo Rai che definì la Dc «l’azionista di riferimento del Tg1» – lo mette bene in evidenza: «Dalle olimpiadi del ’60 ad oggi si ricordano soltanto un paio di opere pubbliche significative: il ponte della Musica sul Tevere e l’auditorium di Renzo Piano». Certo, è improponibile fare raffronti tra democrazia e dittatura. Mussolini si armò di piccone e sventrò Roma per ricavarne i Fori Imperiali, via della Conciliazione, Corso Rinascimento mentre oggi c’è un pullulare chiassoso e inconcludente di enti, organismi, sottocommissioni il cui unico obiettivo è bloccare ogni decisione audace e innovativa. Ma il problema è che arrossiamo anche al confronto con le altre democrazie. I già citati ponte della Musica e auditorium – argomenta ancora Vespa – «a Berlino e a Barcellona, a Londra e a Parigi sarebbero state due tra le cento». Da noi, invece, «sono soltanto due su due». Tutto, purtroppo, maledettamente vero: la Roma moderna è ancora quella del Duce. Ci fosse – oltre ad un editoriale – almeno un vicolo a ricordarlo.