Tragicommedia in Campidoglio. Tra Marino, Orfini e Renzi siamo al ridicolo

Senso dello Stato e senso della misura. Osservando nel profondo la tragicommedia in scena in Campidoglio, sono i fattori che più di altri fanno della vicenda Marino un segno della inarrestabile decadenza dei tempi. Senso dello Stato e senso della misura sono “valori” che non  si trovano sulla bancarella dietro l’angolo. Appartengono, per certi versi, alla sfera della pre-politica. Implicano un modo di essere del pubblico amministratore, dell’uomo di governo. Ma anche dell’intera comunità. Avere il senso dello Stato significa aver ben presente che esistono idee, interessi e, appunto, valori, che appartengono a tutti e non ad una sola parte (o partito). Avere senso della misura significa, d’altro canto,  avere ben chiari i limiti entro cui i comportamenti sono accettabili. Significa non eccedere nell’intemperanza. E’ l’Est modus in rebus di Orazio. Il “non perdere la misura del mondo”, di Curzio Malaparte. Più guardi Marino, Orfini e questa ributtante sceneggiata di dimissioni, prima date e poi ritirate, la corsa al tampinamento forsennato in casa Pd per costringere consiglieri riluttanti a sfiduciare il Sindaco-Marziano, il Sindaco-Kamikaze, più assisti a questo vergognoso spettacolo animato da autentici guitti, più ti travolge la nausea. Senso dello Stato e della misura non è pane per questi imbarazzanti figuranti della politica capitolina (e non solo capitolina). Ad un amministratore si chiedono onestà, competenza, serietà. Ma se mancano quei due requisiti, si rischia di produrre un danno incalcolabile alla città.

Marino e il Pd, ovvero quando manca il senso dello Stato

Di senso dello Stato e della misura ne sono privi sia Marino, che si erge a Torquemada della legalità dopo aver inanellato una serie infinita di gaffe e aver raccontato grossolane bugie smentite dai fatti (vedi la storia degli scontrini per cui è indagato) , sia Orfini, il cui ruolo di commissario del Pd romano, prima protettore e poi fustigatore del primo cittadino, avrebbe richiesto ben altro piglio e autorevolezza per risparmiare ai romani un così esilarante epilogo di una vicenda nata male (con l’incensamento fuori luogo del chirurgo candidato) e finita peggio (con il braccio di ferro per togliere di mezzo un sindaco ottuso, beffardo, e ora diventato pericoloso per la sete di rivincita che sta covando). Immaginare, al di là di come andrà a finire la “marineide de ‘noantri altri”, che lo spudorato menefreghismo rispetto al bene comune, nella desolante vicenda di cui è protagonista il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto, non lasci il segno è pura follia. Come è raccapricciante, in un disastro del genere, che Matteo Renzi non trovi di meglio che starsene alla larga. Quasi che la scelta di Ignazio Marino sindaco di Roma non fosse affar suo, e non invece frutto di quella idea di rottamazione cui il premier ha investito per la sua veloce ascesa a Palazzo Chigi. Sua fu la scelta. E sue le responsabilità che ne sono conseguite. In questa farsa, la sinistra c’è dentro fino al collo.