Sulle orme di Bulgakov: per lui il comunismo era un sole rosso sangue

Nel 989 il principe della Rus’ di Kyiv, Vladimir il Grande, per rafforzare l’alleanza con Costantinopoli, decise di convertirsi al cristianesimo ortodosso e di prendere in moglie la figlia dell’imperatore bizantino. I suoi sudditi, riuniti nello spazio antistante il palazzo reale, l’odierna piazza Sofiyska, furono indotti a scendere dalla città alta e recarsi sulle rive del fiume Dnipro per un battesimo collettivo. Il quartiere del Podil, dove sorgeva e sorge il porto fluviale, si raggiunge percorrendo un sentiero con due ampie curve che con il tempo è divenuta una delle strade più caratteristiche della città, non a caso intitolata ad Andrivy, il primo predicatore cristiano di Kyiv.

La Discesa di Andrea

La Discesa di Andrea (Andriyivsky uzviz), nonostante l’atmosfera turistica testimoniata dalla presenza delle bancarelle di souvenir e artigianato ucraino, mantiene intatto il suo fascino. La strada si apre con la splendida chiesa barocca di Sant’Andrea, costruita nel 1754 dall’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli, lo stesso autore del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, per chiudersi con uno splendido dipinto che occupa l’intero lato di un palazzo. L’opera, un vero e proprio «affresco», riunisce in un’unica immagine le diverse architetture e le molteplici «anime» che si sono sovrapposte negli undici secoli di vita della città.

La casa museo di Bulgakov

Percorrere la strada è interessante anche per un altro motivo: al civico n.13 si trova infatti la casa, oggi trasformata in museo, nella quale visse in gioventù lo scrittore di lingua e cultura russa Michail Bulgakov (Kiev 1891 – Mosca 1940), il futuro autore de Il Maestro e Margherita e di altri capolavori. Di radicate convinzioni monarchiche nel 1919 Bulgakov lasciò la città nel tentativo di non finire sotto il tallone bolscevico. Dopo due anni di peregrinazioni, dovette prendere atto del consolidarsi del regime dei Soviet e si trasferì definitivamente a Mosca. Ma Kiev rimarrà sempre nel suo cuore come la più bella di tutte le russie, una città santa contrapposta a una Mosca demoniaca. Sarà proprio la Città – come la chiama lo scrittore – insieme alle ansie, i timori, i sogni e le incertezze dei suoi abitanti di fronte al mondo che cambiava con l’approssimarsi dei bolscevichi nel freddo inverno del 1918, la protagonista del suo primo romanzo La Guardia Bianca (Feltrinelli, Milano 2011).

La metafora del comunismo come un sole rosso sangue

Pubblicato nel 1924, mutilato dalla censura sovietica come tutte le altre sue opere, darà all’autore notorietà in vita mentre Il Maestro e Margherita (completato nel 1934, prima edizione russa con censura 1967, edizione russa integrale 1973) gli avrebbe assicurato la fama postuma. Le metafore contenute in queste due brevi brani de La Guardia Bianca sono sufficienti per dare la misura della grandezza di Bulgakov: prima di quel fatidico 1918 a Kiev «d’inverno, come in nessun’altra città al mondo, la quiete calava sulle vie e sui vicoli sia della Città alta, in collina, sia nella Città bassa che si estendeva nell’ansa del Dnepr intirizzito, e tutto il frastuono delle macchine si perdeva all’interno degli edifici di pietra, s’attutiva e, alquanto assordito, si trasformava in un borbottio. Tutta l’energia della Città, accumulata in un’estate di sole e di temporali, si sublimava in luce». Ma ora che la «vespertina Venere» sta cedendo il passo al «rosso fremente Marte (…) del tutto inaspettato si squarciò lo sfondo grigio nella fessura tra le cupole, e nell’oscurità torbida si mostrò un sole inatteso. Era un sole così grandioso, quale mai prima nessuno aveva visto in Ucraina, e davvero rosso, come puro sangue. Dal globo, che a fatica riluceva attraverso la cortina di nuvole, lentamente e lontano si estendevano strisce di sangue raggrumato e siero».