Senato, la riforma premia solo il Pd. Ma Renzi ricordi la lezione del ’94

Se gli riesce, Renzi avrà fatto un capolavoro. E se a Renzi il capolavoro riesce, l’opposizione che lo ha aiutato a realizzarlo (leggi Forza Italia) salvo tardivi e inutili ripensamenti avrà invece fatto harakiri. Parliamo del nuovo Senato disegnato dal ddl Boschi in via di definitiva approvazione: secondo una simulazione effettuata dalla Stampa di Torino, se si votasse oggi la futura  assemblea di Palazzo Madama somiglierebbe pressappoco a un latifondo del Pd con ben 55 senatori sui 95 da eleggere, cui andrebbero verosimilmente aggiunti i tre altoatesini e i due autonomisti valdostani oggi già in maggioranza con i dem. Accanto ai senatori eletti ci sono i cinque nominati dal capo dello Stato che anche in questo caso, verosimilmente, andrebbero ad ingrossare le già nutrite schiere dei sostenitori dell’attuale governo.

Nuovo Senato: Al Pd 55 seggi su 95, sei al M5S, 14 alla Lega e 9 a FI

Tutt’altra musica suonerebbe invece per l’opposizione che – ragionando sempre a bocce ferme – sarà costretta a spartirsi un magro bottino tra M5S, che ne conquisterebbe appena sei nonostante sia elettoralmente poco al di sotto del Pd, e centrodestra chiamato a suddividere ulteriormente quel che resta al proprio interno. Proprio qui non mancano sorprese: a fare la parte del leone grazie alla sua concentrazione territoriale sarebbe infatti la Lega Nord con 14 seggi mentre Forza Italia dovrebbe accontentarsene di nove, ai centristi di Alfano ne andrebbero cinque, uno agli autonomisti siciliani del Mpa, nessuno a FdI-An. In base alla riforma in via di approvazione, il Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci (uno per regione con l’eccezione del Trentino-Alto Adige che ne eleggerà uno per Bolzano e l’altro per Trento) e cinque nominati dal Quirinale. E poiché i cittadini – checché ne dicano Bersani e compagni – avranno un ruolo nella designazione dei sanitari prossimo allo zero, nessuno può escludere che la matrice popolare che ancora ispira l’elezione dei deputati possa far nascere alla Camera una maggioranza di segno opposto. Una condizione che non inciderebbe sul procedimento legislativo dal momento che il potere di fare le leggi sarebbe della sola assemblea di Montecitorio, ma che potrebbe produrre effetti indesiderati su altre importanti funzioni, a cominciare dalla ratifica dei trattati internazionali per finire a materie di più marcata competenza territoriale.

Ma Renzi ricordi la fine di Occhetto e della sua “gioiosa macchina da guerra”

Oltre a ciò, va anche sottolineato che i nuovi sistemi elettorali vanno poi calati nella concretezza delle scelte politiche. È una lezione che la politica italiano ha imparato dal lontano ’93, quando il referendum Segni mise fine al cinquantennale dominio del proporzionale propiziando il Mattarellum dei collegi uninominali. Anche allora non mancarono simulazioni che disegnarono scenari apocalittici. Soprattutto per la destra italiana all’epoca rappresentata dal Msi-Dn, giudicato da tutte le rilevazioni fuori dal Parlamento. Il risultato fu invece del tutto opposto: il partito di Fini ottenne oltre 140 parlamentari contribuendo in misura determinante alla storica vittoria del centrodestra guidato da Berlusconi nelle elezioni del 27 marzo del ’94 contro la “gioiosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto. Forse Renzi è troppo giovane per ricordarlo ma per imparare non è mai troppo tardi.