Rinviata a giudizio, la Barracciu si dimette: “Così dimostrerò la mia innocenza”

«Abbiamo evitato una polemica». Matteo Renzi, coi suoi, non ha nascosto di essere sollevato quando, ieri, Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, gli ha comunicato l’intenzione di dimettersi. In serata, a Otto e mezzo, ha raccontato di non aver chiesto le sue dimissioni, «ma è stato un gesto apprezzabile». «Si è dimessa, le dico brava. Onore a Barracciu». A farle maturare questa decisione è stato il decreto con cui il gup di Cagliari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio del pm per l’inchiesta sulle spese sostenute dai gruppi consigliari regionali.

Alla Barracciu sono contestate spese per 81 mila euro. Il processo comincerà il 2 febbraio.

Il provvedimento, dicono a Palazzo Chigi, era atteso. In ogni caso è pur sempre un’ombra sul governo che peraltro, oltre a lei, conta altri tre indagati: Giuseppe Castiglione di Ncd, sottosegretario all’Agricoltura, Umberto Del Basso De Caro del Pd, sottosegretario alle Infrastrutture, e, ancora del Pd, Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute. Situazioni che il premier, finora, ha sempre difeso, sostenendo una linea garantista, decisamente innovativa a sinistra. Come disse il 22 marzo a Repubblica: «Ho sempre detto che non ci si dimette per un avviso di garanzia. Per me un cittadino è innocente finché la sentenza non passa in giudicato». Se il sottosegretario non si fosse dimesso, si ammette tra i fedelissimi, grillini e minoranza intema avrebbero montato una polemica: fanno dimettere il sindaco di Roma per due cene, nonostante non sia nemmeno indagato, e si tengono il sottosegretario rinviato a giudizio. Per fortuna per il premier, non è andata così. Anche se nei minuti subito successivi alla sentenza a Palazzo Chigi si sono vissuti momenti di tensione. Il teletono del sottosegretario, infatti, è rimasto staccato per un bel po’.

E’ stata la Barracciu, assicurano, a comunicargli la decisione di lasciare il governo.

Proprio questo clima da sventato pericolo, però, conferma come a Palazzo Chigi ci sia un allarme giustizia. Si teme l’effetto di vicende come questa o come quella di Marino. Così, alla prova dei fatti, la linea garantista del premier subisce correzioni. «Il garantismo è un principio sacro, ma poi, purtroppo, in politica, bisogna tenere conto di una legalità sostanziale», spiega un uomo vicinissimo al premier. Nel senso che ci sono ragioni di opportunità che prescindono dalla magistratura. Tanto più se, a cavalcarle, c’è una forza politica, il M5S, che vive di questo.