Riforme, c’è accordo sul calendario: a gennaio il voto finale della Camera

Accordo raggiunto nella conferenza dei capigruppo di Montecitorio: la Camera esprimerà il proprio voto finale sul ddl Boschi sulle riforme costituzionali l’11 gennaio alle 15. La discussione inizierà il 20 novembre e le votazioni sugli emendamenti si concluderanno entro il 4 dicembre. Ha dunque avuto successo la mediazione della presidente dell’assemblea di Montecitorio, Laura Boldrini, dopo che ieri la riunione dei capigruppo si era conclusa con un nulla di fatto.

Passa la mediazione della Boldrini: si comincia il 20 novembre

Da una parte, infatti, governo e maggioranza premevano per una calendarizzazione in tempi strettissimi del testo Boschi mentre, dal  le opposizioni spingevano per uno slittamento del voto a dopo l’approvazione della legge di stabilità. Non è stato certo difficile per la Boldrini accontentare gli uni e già altri facendo cominciare la discussione e la votazione sugli emendamenti durante la sessione di bilancio ma spingendo all’inizio del prossimo anno il voto finale. Una volta approvata, la riforma – dopo un intervallo non inferiore a tre mesi – affronterà un nuovo passaggio al Senato dove però il disegno di legge costituzionale non sarà più emendabile. Superato anche quest’ultimo ostacolo, il testo approvato due volte dalle Camere verrà sottoposto a referendum confermativo, per la cui validità – a differenza di quello abrogativo – non c’è bisogno di raggiungere il quorum.

Riforme, Renzi punta tutto sul referendum

Matteo Renzi non fa certo mistero di puntare al referendum per colmare con la “sua” riforma quel deficit di legittimazione democratica e popolare che neppure il successo ottenuto alle elezioni europee del 2014 sembra riuscito a colmare. È prevedibile che in quella campagna elettorale il premier sventolerà l’abolizione del bicameralismo perfetto ma di certo non potrà menare vanto della pasticciata riforma del Senato, trasformato per l’occasione in un dopolavoro di consiglieri regionali e di sindaci, che verranno comunque remunerati e ristorati. Di sicuro non saranno più i cittadini a sceglierli così come è già capitato con le Province. Si partì – governo Monti – con la loro cancellazione e sono ancora lì con i loro presidenti e i loro consiglieri. Con l’unica differenza rispetto al recente passato che non sono stati i cittadini ad eleggerli. E scusate se è poco.